2012 – Le liste bianche – La dama azzurra – ep. 2

28 dicembre 2012 | commenti: 0

2012 Le liste bianche - Ep. 2 - La dama azzurra. Romanzo on line di Iacopo Bellavia | lofaccioincasa.it

22 dicembre 2012

Dormì in preda a sogni movimentati pieni di fughe, inseguimenti, risate, visi perplessi e Lisa che gli diceva: ”Sei proprio uno scemo!”
Si alzò di scatto quando suonò la sveglia alle 9:30 in punto. Ma chi l’aveva impostata? Leo di certo! Giona non ricordava nemmeno di averla una sveglia. In realtà si trattava del suo cellulare che trillava senza sosta. In quel momento nella sua testa riprese piede l’idea dello scherzo, magari con l’aiuto di uno sceneggiatore televisivo di qualche talk show che sarebbe poi andato in onda nel fine settimana.
Appena sarebbe sceso da casa li avrebbe trovati tutti lì, i suoi cari amici, magari con delle canne da pesca e mangime per il pesce che aveva abboccato allo scherzo del secolo!
Leo doveva avergli inserito un allarme sul cellulare mentre era sotto l’effetto del vino.
E che vino!
L’idea dello scherzo si insinuò in lui in maniera talmente radicata che gli venne in mente di controllare la calligrafia sul biglietto bianco, magari l’avrebbe riconosciuta.
Lo prese, lo aprì e lesse il contenuto. Con suo enorme stupore si rese conto che oltre all’appuntamento vi era un’altra nota che gli era sfuggita prima: “Portare una 24 ore completa di cambio.”
Ci pensò su un attimo, poi sbottò a ridere come un forsennato. Probabilmente Leo, nella prima stesura di quel biglietto, aveva dimenticato di aggiungere quella frase!
Doveva ammetterlo quella frase preannunciava solo ulteriori grosse risate! Si immaginò tutta la scena: mentre scendeva le scale avrebbe iniziato a udire un crescendo di risolini e qualche “Eccolo!” gridato sottovoce, interrotto da una risata incontenibile ma subito stroncata nel tentativo di mantenere il giusto pathos finché non fosse definitivamente uscito dal portone. E in quel momento avrebbe assistito alla più enorme risata di tutti i tempi!
Mentre si preparava, in lui cresceva un senso di sconfitta: gliel’avevano proprio fatta. Gli faceva una rabbia! Lo avrebbero deriso a lungo e ne avrebbero riso di gusto ogni volta che lo avrebbero incontrato. Rabbia. Rabbia al posto del sorriso. Più si avvicinava al portone, più la rabbia saliva e prendeva il posto dell’amaro sorrisetto di rassegnazione.
Scese le scale lentamente, comunque gliel’avrebbe fatta sudare. Sarebbe sceso pian piano e rumorosamente così si sarebbero fatti scappare qualche risolino di troppo rovinando lo scherzo. Ma non udiva nessun risolino o commento. Era proprio una cosa seria allora!
Si erano certamente allenati a non ridere, quegli infami. La rabbia saliva. Rallentò ancora l’andatura e tese l’orecchio per captare qualche risolino sottovoce, ma nulla. Silenzio. Che roba, si erano veramente allenati bene. Rallentò ancora fino a fermarsi e, ormai sconfitto, sostò sul pianerottolo alcuni istanti ancora per farli soffrire. Stavano per esplodere, se lo sentiva, ma decise che avrebbe fatto di tutto per rovinargli la festa. Prima avrebbe aperto la porta, poi avrebbe atteso nel buio dell’androne per un po’, così le prime risate sarebbero andate a vuoto e lui avrebbe avuto la sua piccola rivincita.
Ma appena arrivò nell’androne la rabbia salì senza preavviso e gli impedì di mettere in atto il suo piano, allora aprì il portone velocemente e chiuse gli occhi per non vedere quei balordi dei suoi amici che lo stavano per deridere ferocemente.
Ma non udì nulla!
Gli venne allora in mente l’ipotesi peggiore in assoluto: c’era la televisione che stava riprendendo tutto. Allora riaprì rapidamente gli occhi e udì il primo commento alla sua uscita.

  • Ce l’hai fatta! Sono le 10:45! Se non ti sbrighi facciamo notte!

Questa frase l’aveva appena pronunciata Leo dal finestrino aperto della sua auto. Se ne stava lì, probabilmente da prima delle 10:30 con un cappellino nero in testa, una sigaretta in bocca e degli enormi occhiali scuri a coprirgli gli occhi, che avrebbero altrimenti raccontato dei bicchieri bevuti la sera prima.
Non credeva ai suoi occhi! Nessuno scherzo! E la realtà gli piombò addosso con una violenza inaudita e quel tepore che aveva provato il giorno prima lo avvolse di nuovo. Né caldo, né freddo, ma tiepido.
Senza parlare, anche perché non sapeva che dire, si avvicinò all’auto dal lato del passeggero, sistemò la ventiquattr’ore sul sedile posteriore e salì.

Passarono un paio di minuti di silenzio che servirono a Giona per riordinare le idee, decisamente confuse dal film che si era raccontato fino a poco prima.

  • Anche tu sei ancora sotto l’effetto del Brunello, vero? Eppure era un buon vino e anche una buona cantina, non dovrebbe fare questo effetto, no? L’ho pure pagato saporitamente.

Leo guidava con il finestrino aperto perché stava ancora fumando e non voleva che il fumo si spargesse nell’abitacolo della sua utilitaria che, anche se piccola e datata come modello, era ben tenuta e profumata al suo interno. Leo ci teneva moltissimo quasi come ad un figlio.

  • Cosa? Ah, sì, sei ancora sotto l’effetto del vino. Era un’ottima bottiglia, è solo che non sei molto abituato all’alcol, dovresti cercare di limitarti, specialmente quando sei in compagnia.
  • Senti, senti che bel discorso e da quale pulpito per giunta! Almeno la metà di quella bottiglia te la sei scolata tu!
  • Sì, ma io reggo l’alcol meglio di te. Anzi credo che chiunque lo regga meglio di te, anche Lisa.
  • Ma se si è appena inumidita le labbra… praticamente non ha bevuto, ci credo che ha retto meglio.
  • Dove stiamo andando? – chiese secco Giona troncando di netto la discussione che si stava facendo irritante, vista la situazione ancora tutta da chiarire.
  • Dici sul serio? Hai ancora voglia di scherzare? Basta, per favore!
  • No Leonardo, non sto scherzando. Dimmi dove siamo diretti.

Leo si irrigidì perché il tono del compagno era decisamente serio e iniziò a prendere in considerazione che Giona non scherzasse.

  • All’aeroporto.
  • Perché?
  • Senti Giona, mi stai facendo paura, smettila ti prego. Sto guidando.

Giona ci pensò un po’ su e dedusse che Leo forse non ne sapeva nulla di tutta questa storia. Era sempre più confuso.

  • Bene, allora facciamo un po’ di chiarezza. Starò al tuo gioco. – disse questo perché aveva ancora qualche residuo dubbio nella sua testa che gli faceva pensare allo scherzo colossale che, se così fosse stato, iniziava ad irritarlo veramente. Proseguì: – Ieri ho fatto un colloquio con non ricordo bene chi e poi sono tornato di filato a casa. Ritengo che durante il colloquio, chissà come, mi abbiano somministrato qualche sostanza che mi ha fatto perdere la memoria, perché non ricordo molto dell’accaduto, anzi praticamente nulla. Sono però certo di non aver parlato del colloquio con nessuno di voi che vi siete presentati da me ieri sera. Tento meno ti ho chiesto di portare quella bottiglia di vino che, guarda caso, era proprio quella che avrei desiderato bere ieri sera in onore del mio compleanno. Non ricordo nemmeno di aver invitato nessuno di voi che vi siete invece presentati… non fraintendermi, non è che mi sia dispiaciuto, anzi, ne sono stato molto felice, però io non vi avevo invitato.

Ci fu un lungo silenzio, quindi Leo accostò la macchina al marciapiede e tirò il freno a mano per essere sicuro di non doversi preoccupare della macchina per i prossimi cinque minuti, visto che era in procinto di iniziare una discussione che meritava tutta l’attenzione di cui era capace. In certe situazioni, è necessario un punto fermo.

 

  • Vuoi dire davvero che ti hanno drogato? Che farabutti! Che maledetti…
  • Smettila Leonardo, non prendermi in giro! Sono quasi certo che tu e gli altri stiate architettando qualcosa alle mie spalle, ed ora inizia ad essere pesante! Davvero!

Leo si rabbuiò e si sentì per un attimo perso. Ma che stava blaterando Giona? Ma davvero pensava quelle cose? Ma come? Prima lo chiama e gli chiede di organizzargli una festicciola per la lieta notizia dell’assunzione e del compleanno, non che non ci avesse pensato da solo, ben inteso, poi invece gli dice che non è vero nulla, che quella telefonata se l’è sognata… gli venne allora in mente di prendere il cellulare e mostrargli il resoconto della chiamata del giorno prima. Senza proferire parola, estrasse il suo telefono portatile e scorse il menu delle chiamate ricevute e lo mise nelle mani di Giona.
Questi lesse con enorme stupore il resoconto di una misteriosa telefonata partita dal proprio cellulare verso quello di Leo alle 17:03 del giorno prima e della durata di un paio di minuti! Impossibile! Ma che diamine stava succedendo?
Fu Leo stesso a distoglierlo da quei pensieri strappandogli di mano il cellulare, visto che nemmeno lo stava più guardando.
Ma Giona glielo riprese nuovamente lasciando Leo interdetto. Fece partire una telefonata al numero che aveva effettuato la chiamata il giorno prima. Appena il cellulare di Giona squillò i due che occupavano l’abitacolo della piccola utilitaria, datata ma pulita, sussultarono quasi fino a battere la testa contro la cappotta.

  • Allora è proprio così? Non ricordi di avermi telefonato? Ma allora è vero, ti hanno drogato! Senti lascia perdere tutto, invece di andare all’aeroporto, andiamo all’indirizzo del colloquio e vediamo di fargli capire con chi hanno a che fare.

Sulle prime a Giona sembrò un’ottima idea e acconsentì. Ma nel momento in cui stava per comunicare l’indirizzo a Leo, si accorse di non ricordarlo!

  • Non c’è verso, non ricordo nulla! Non ricordo l’indirizzo.
  • Non lo hai più il giornale su cui c’era l’annuncio?
  • No, non so dove sia finito.
  • Ma è possibile che non ricordi nulla? Che bus hai preso per arrivarci, ad esempio… la zona della città in cui sei arrivato…
  • Macché, non ricordo nulla. Ogni volta che ci ripenso è come se quel ricordo fosse avvolto da una nebbia sempre più fitta.
  • Dei veri professionisti, non c’è che dire, chissà cosa ti hanno fatto bere. Ma perché l’hanno fatto, cioè che vogliono da te? Un momento, ho capito! Forse hanno creato un diversivo per allontanarti da casa e ora la stanno derubando.
  • Diamine! Hai ragione! Dev’essere così! Farabutti! Ma ormai siamo troppo distanti per tornare indietro! Aspetta, chiamo il vicino di casa al telefono.

Prese il proprio cellulare fece partire una chiamata al baffone che gli abitava accanto chiedendogli se potesse dare un’occhiata al suo appartamento perché… gli era scattato l’allarme! Il vicino si mostrò stupito, non sapeva che Giona avesse montato un allarme.

  • Ebbene sì l’ho montato da pochi giorni, può per favore dare una controllatina, ma con cautela mi raccomando, la richiamo tra cinque minuti.
  • Ma no, resti in linea, mi porto appresso il telefono, è un cordless.
  • Ok, grazie, aspetto.

Dopo un’attesa di pochi istanti, o secoli, il vicino baffone iniziò una telecronaca di quello che vedeva o udiva: assolutamente nulla. Era certo che nessuno si trovasse in casa e, comunque, avrebbe continuato a monitorare la situazione dallo spioncino della porta. Per ulteriore scrupolo controllò anche dal proprio balcone cercando di sbirciare nelle finestre dell’appartamento di Giona. Niente di niente, calma piatta per tutti i dieci minuti di monitoraggio assiduo a continuo. Giona allora ringraziò il vicino e chiuse la telefonata.
I due rimasero però ancora perplessi e molto, molto preoccupati.

D’improvviso Giona ruppe il silenzio:

  • Andiamo all’aeroporto!

Leo si voltò lentamente assumendo un atteggiamento molto scenico e d’effetto per attirare l’attenzione di Giona che aveva lo sguardo assorto, sembrava occupato come un telefono staccato.

  • Ma sei pazzo! – disse lentamente – Vuoi proprio gettarti nelle grinfie di quelli? Ti stanno tendendo una trappola, non te ne accorgi? E ti dirò di più, tu ci stai cadendo dentro con tutte le scarpe… ma mi ascolti?
  • Sì, andiamo all’aeroporto, se lì c’è il biglietto per andare… A proposito ma dove dovrei andare?

Gli venne in mente che avrebbe trovato la destinazione scritta sul foglietto bianco, ma non c’era stata da subito, l’avrebbe potuta leggere solo ora. Mentre Leo ancora lo guardava preoccupato, Giona estrasse dalla tasca il biglietto bianco e lesse: “Destinazione: Parigi”.
E così era lì che doveva andare, pensò con aria di sfida.

  • Se c’è il biglietto aereo a mio nome allora vuol dire che devo andare.
  • Ma perché? È una trappola e io inizio ad avere paura! Chissà che cosa hanno in mente di farti!
  • Devo rischiare.
  • Perché?
  • Forse per curiosità o forse perché a Parigi non ci sono mai stato. – e sulla faccia di Giona apparve un abbozzo di sorriso.

Quell’espressione tra ingenuo e sicuro di sé che a volte Giona sfoggiava, attirava molto Leo, forse questo era uno dei motivi per cui gli era amico, voglia di protezione insieme alla voglia di essere protetti.
A volte Leo pensava come sarebbe stato se anche Giona…

Arrivarono all’aeroporto un’ora dopo la telefonata fatta al vicino baffone e si precipitarono al check-in in ritardo di una ventina di minuti. Appena arrivarono all’imbarco, appresero che, manco a farlo apposta, l’aereo era in ritardo di un’oretta buona.
Allora si presero un caffè in rigoroso silenzio.
Leo avrebbe voluto dirgli quanto era preoccupato per lui ma Giona era in trance. Sembrava che questa storia stesse iniziando a piacergli. Forse era attirato dall’idea di viaggiare oppure dalla novità o da entrambe le cose insieme. A Giona non avevano mai fatto paura i cambiamenti, i fatti inattesi, gli incontri dietro l’angolo, le sorprese… quelle poi, senza ombra di dubbio sono le peggiori, all’inizio sembra chissà che regalo fantastico possano essere, ma quando apri il pacco, non sai mai quello che troverai.
Ma ora basta pensare, era arrivata l’ora di imbarcarsi.

  • È ora Giona, devi andare.
  • Come sapevi che dovevamo andare all’aeroporto? Ah, immagino te l’abbia detto io per telefono ieri pomeriggio, giusto?
  • Giusto, ma è tardi, devi andare.
  • Sì, vado.

Alzandosi si rese conto che le gambe gli formicolavano, come se si rifiutassero di andare incontro ad un destino ignoto. Cosa o chi avrebbe trovato ad aspettarlo nella fredda Parigi di dicembre? Lo avrebbe scoperto di lì a poco.

Il viaggio in aereo si svolse senza problemi, arrivò a Parigi dopo pranzo e subito pensò a cosa avrebbe fatto, come si sarebbe mosso e… Diamine, come sarebbe tornato indietro?
Ecco dov’era la beffa! Un biglietto di sola andata per Parigi! Bello scherzo! Sì, sì non c’è dubbio erano stati loro, chissà le risate che si stavano ancora facendo Leo, Lisa e tutti gli altri! Ma che imbecille!

  • Scusate, siete voi Monsieur Giona? – chiese una voce in un italiano precario.
  • Sì… – balbettò Giona stupito – sono io… C’est moi. – un po’ di francese ancora lo ricordava dalle scuole medie.
  • Salga, allora. Prego.

Salì su un taxi a forma di berlina guidato dal classico stereotipo del francese: baffetti fini, faccia lunga, bel viso e modi piacevoli. Stereotipo? Ma che ne sapeva lui dei francesi? L’unica cosa che si ricordava era un disegno sul vecchio libro di testo… Ehi, era proprio il disegno di un tassista, avrebbe giurato che fosse proprio il ritratto del suo autista… ma che storia! Era impossibile! Sicuramente la situazione attuale stava influenzando i suoi ricordi.
L’autista continuava spedito verso… già, verso dove? Nemmeno gli aveva chiesto dove volesse andare, non che lo sapesse, naturalmente, però era strano che il tassista non glielo avesse chiesto. Riordinò un po’ le idee e cercò di mettere a fuoco qualche pagina del vecchio libro di testo alla ricerca della traduzione di: “Scusi, dove siamo diretti?”, gli uscì una frase storpiata e sgradevole, ma l’autista capì e rispose: “Dove mi ha detto vous, a place de la Concorde, monsiuer”. A place de la Concorde? E fare cosa? Gli balenò un’idea in testa: non è che invece di uno scherzo, i suoi amici gli avevano fatto una sorpresa? Che confusione, i pezzi non combaciavano, per quanto cercasse di trovare il verso corretto, il puzzle non si componeva. Diamine!

  • Nous sommes arriveé, monsieur. Io l’aspetterò di nuovo ici, comme vous mi ha detto al telefono, tra mezz’ora esatta.
  • Al telefono eh? E quando te lo avrei detto al telefono?
  • Ieri, quand vous avez prenotato la corsa.
  • Sì, ok. Scendo allora. – rispose rassegnato.

Era troppo, un’altra telefonata fantasma! Diamine, diamine, diamine!
Sarebbe sceso, avrebbe fatto il palo per qualche minuto poi sarebbero arrivati tutti i suoi amici a deriderlo o a festeggiarlo, quello forse era il suo regalo di compleanno o forse era lo scherzo, anzi, il famoso scherzo del secolo. Scese e stava per chiedere quanto gli dovesse per la corsa. Ma l’autista lo precedette.

  • Allora tornerò ici tra trenta minuti, au revoir, monsieur.

E ripartì senza lasciare il tempo a Giona di estrarre il portafogli. Dunque era a Parigi, piazza della Concordia, a fare che, però, non si sapeva. Attese in piedi per un po’ guardandosi intorno.
Lo sguardo vagava per quella piazza immensa alla ricerca di qualcosa che gli permettesse di passare il tempo senza annoiarsi. In realtà c’era poco da annoiarsi, in fondo era a Parigi, nella stupenda Parigi… ma non poteva muoversi più di tanto altrimenti il tassista non lo avrebbe trovato al suo ritorno. Ma poi, siamo sicuri che sarebbe tornato? Arrivati a questo punto non aveva altra scelta che aspettare per vedere cosa sarebbe successo.
Vagando con lo sguardo incrociò l’imponente obelisco e iniziò a percorrerlo dalla base alla cima. A metà del tragitto, fu attratto da una macchia azzurra che attirò la sua attenzione verso una fontana. Quella strana tinta di colore, così accesa, era sistemata sul bordo, curva su se stessa come se piangesse. Si avvicinò incuriosito e scoprì che si trattava di una persona avvolta in uno sgargiante vestito azzurro. Sembrava una stoffa pesante con un’ampia gonna che copriva le gambe di una donna fino alle snelle caviglie. Guardò meglio e si accorse che stava davvero piangendo. Le persone che le passavano vicino, al massimo, le rivolgevano uno sguardo, ma nessuno si azzardava a rivolgerle parola. Ai suoi piedi c’era un fazzoletto bianco, sgualcito e umido di lacrime, almeno così pareva.
Giona si impietosì e incuriosì nello stesso tempo. Era lì, solo, nessuno lo conosceva, tra poco sarebbe ripartito, che gli costava avvicinarsi e soddisfare la sua curiosità?
E così, con le mani che reggevano la ventiquattr’ore dietro la schiena, si avvicinò con sguardo fintamente perso ad ammirare i palazzi parigini. Più si avvicinava più l’impressione che la donna stesse piangendo veniva confermata da sonori singhiozzi. Il fazzoletto era ricamato con merletti dorati ed appesantito da un fiume di lacrime che fino a poco prima lo stava inondando.
Senza pensarci troppo, altrimenti avrebbe desistito, si chinò e raccolse il fazzoletto, ma nel momento di restituirlo alla legittima proprietaria si bloccò. Era imbarazzato al solo pensare di interrompere un così accorato pianto per restituire uno sciocco fazzoletto. Ma ormai lo aveva raccolto, quindi con fare forzatamente disinvolto, si avvicinò alla fontana e appoggiò il fazzoletto sul bordo, poi fece per allontanarsi ma la donna alzò leggermente lo sguardo.

  • Merci, monsieur.

Una voce dolcissima e rotta dal pianto era uscita dal quel morbido e profumato vestito azzurro, chinato su stesso e impegnato nell’ardua missione di allagare place de la Concorde con un fiume di lacrime.
Il viso della misteriosa piangente fu svelato e Giona poté ammirare lo splendido volto di una dolce fanciulla francese.
Cercò nervosamente pagina 12 del libro di scuola che anni fa avrebbe dovuto insegnargli a rispondere a dovere alla fanciulla seduta sul bordo della fontana, ma quando la trovò, era impietosamente bianca, si leggeva solo page 12 in basso a sinistra.

  • Prego. – rispose a voce bassissima, sperando che la bella parigina sarebbe riuscita, per lo meno, ad intuirne il significato.
  • Ma sei italiano?

Stupore! Era italiana! Incredibile ma vero, aveva pescato un’italiana che piange a Parigi su una fontana di piazza della Concordia! Che combinazione incredibile!
Gli si stampò un sorriso in bocca e il pensiero dello scherzo del secolo si ritirò in un lontano meandro della sua mente. Non pensò nemmeno per un momento ad una candid camera organizzata dalla rete televisiva specializzata in “scherzi del secolo”. Rimase invece rapito dagli occhi della fanciulla. Rossi di pianto ma bellissimi. E i suoi capelli poi! Certamente morbidi tanto che si trattenne a forza dal carezzarli. Un nasino delicato, un mento grazioso e due labbra… e no, non doveva rovinare quel momento con pensieri impuri, quella fanciulla era certamente la rosa più candida dell’intero regno di Re Sole e lui l’avrebbe sporcata con i suoi turpi pensieri da bifolco da strapazzo.

  • Di dove sei? – chiese l’angelo della Concordia.
  • Di dove sono? – rispose il bifolco.

Lei interruppe per un attimo il suo intento di sommergere Parigi e abbozzò un timido sorriso, alla vista del suo interlocutore a metà tra il rapito e l’intontito.

  • Ehm, sì sono un cittadino dell’Italia, quella del centro, abito nella capitale, Roma cioè.

Stavolta la fanciulla non riuscì a trattenere un risolino, tanto quel bifolco era imbarazzato e divertente.

  • No, davvero, sono di Roma, la capitale d’Italia.
  • Avevo capito, anch’io sono italiana, conosco Roma.
  • Ah, sì, sei italiana proprio – non riusciva a organizzare una frase senza rivelare la sua natura di contadino ignorante dell’era medievale che parlava in preda all’imbarazzo più totale con una tale dama di corte: bella, delicata, azzurra e pure profumata! Anzi, molto profumata.
  • Sì, io sono del centro-nord, Firenze di preciso.
  • Che bella città quella!
  • La conosci? Ci sei stato molte volte?
  • Eccome no? Ci vado quasi tutti gli anni in estate… – ma che sto dicendo? Basta, bifolco esci da me! Tornatene ad arare la tua terra nel medioevo! – pensò, anzi urlò a se stesso. – No signorina, non è vero, è che sono un po’ confuso, o meglio, sì la conosco Firenze ci sono stato qualche volta, ma non tutti gli anni, è che sono qui di passaggio e non mi aspettavo di fare un simile incontro, ma è una storia lunga e io tra poco devo tornare in Italia… almeno credo.
  • Sei un po’ confuso mi pare. Non ho ben capito cosa ci fai qui.
  • Nemmeno io signorina…
  • Elena, chiamami Elena.
  • Ok, Elena. Non so che dire, sono qui, ma ora ripartirò, forse, cioè, non so bene che dire è una strana storia, ma tu invece… perché piangevi? – si morse la lingua. Non era bello chiedere ad una perfetta sconosciuta perché piangesse… ma era talmente bella che non riusciva a non pensarla sua, a Parigi poi, su una deliziosa fontana di place de la Concorde.
  • Non ti sembra un tantino azzardato chiedere ad una ragazza che non conosci perché piange?

Non rispose e divenne rosso come un peperone. Ma Elena continuò.

  • Mi sei simpatico, e poi sei gentile, te lo dirò, così almeno mi sfogo un po’. Non ho nessun altro con cui parlare. Tanto tu tra un po’ te ne vai e così non mi potrai giudicare e anche se lo facessi io non lo saprò mai e così non proverò vergogna.
  • Ma figurati, io non ti giudicherò… – disse mentre si sedeva, sistemando ai suoi piedi la ventiquattr’ore.
  • Sì che lo farai, ma non mi importa. – un attimo di silenzio e ricominciò – L’estate scorsa ho conosciuto un ragazzo francese, alto, bello, biondo, insomma hai presente un tipo alla Brad Pitt?
  • Sì.

Rispose mentre nella sua testa tuonò un fulmine. La bella fanciulla di Firenze aveva già un ragazzo francese! Vide allora comparire davanti a lui, avvolto in una nuvola di fumo, niente meno che Napoleone Bonaparte, l’imperatore, che sorridendo estrasse la sua mano dal taschino per infilarla nel petto di Giona ed estrargli il cuore, per poi mostrarglielo ridacchiando mentre lo stringeva tra le sue lunghe dita. “Sta con il Brad Pitt francese… stupido bifolco italiano”.

  • Bene, perché gli assomiglia proprio. Allora questo ragazzo stava uscendo dal portone di un albergo del centro, a Firenze naturalmente, e io e le mie amiche ce lo ritroviamo davanti mentre sbraita in francese e sbatte a terra la sua borsa da viaggio, poi si siede sui gradini dell’albergo e dice a ripetizione merde, merde, merde, che in italiano significa…
  • Sì, sì, intuisco cosa significhi. – la interruppe affinché la bella fiorentina di Francia non sporcasse le sue meravigliose labbra traducendo quella volgare parola.
  • Bene, allora lui alza lo sguardo per un attimo e incontra i miei occhi: amore a prima vista!
  • Ah, capisco.

Avvertì un nuovo, lancinante dolore al petto. Alzò lo sguardo per vedere dove fosse monsieur Napoleone e che stesse combinando con il suo cuore dopo averglielo strappato dal petto. Lo vide dietro ad un palo in attesa di incrociare il suo sguardo per indicargli il proprio stivale che stava schiacciando il suo cuore sanguinante con sadico gusto. Imperatore dei miei stivali! Pensò. Poi, con uno sforzò tornò ad ascoltare le epopee amorose di Elena, la bella parigina di Firenze.

  • Capito? Era arrabbiato perché non trovava uno straccio di posto per dormire. Tu che avresti fatto?
  • Che avrei fatto? – Napoleone estrasse uno spadino e glielo mostrò con soddisfazione.
  • L’ho invitato a stare da me. Non ti dico che notte di fuoco che abbiamo passato!

Zac! L’imperatore di Francia aveva infilzato il cuore di Giona come fosse uno spiedino e glielo mostrava agitandolo nell’aria con un sorrisetto di superiorità, come a dire: “Noi francesi siamo i veri latin lover, altro che voi miseri italiani!” Ma come? Napoleone non era basso e brutto? Ma tu guarda questi francesi…

  • Passò a casa mia un’intera settimana, una settimana che ricorderò per tutta la vita!
  • Bene, mi fa proprio piacere.

Intanto l’imperatore era al culmine del suo sadismo. Stava prendendo a calci il suo cuore con quegli odiosi stivali a punta e colpiva sempre più forte e ad ogni colpo un fremito percorreva la schiena di Giona. Quando sarebbe finito quell’atroce racconto? La dama azzurra e il palestrato francese, emulo di Brad Pitt.

  • Davvero ti fa piacere?
  • Sì, cioè no, insomma… continua pure ti ascolto.
  • Dopo lui partì. Ci sentimmo per telefono, per email e su skype. Vivevamo una vera storia d’amore a distanza. Allora decisi di fare una pazzia: partii e mi trasferii da lui, qui a Parigi. Le cose stavano andando bene, specialmente a letto…

Napoleone, a quella frase, si girò e guardando Giona da lontano con un sorriso beffardo calciò il suo cuore in un cassonetto, proprio nel momento in cui stava passando il camion della nettezza urbana che portava i rifiuti all’inceneritore. Proprio così: a breve il suo cuore sarebbe stato incenerito.

  • Ma poi un giorno scoprii la verità, lui mi tradiva con una francesina bionda e con il naso all’insù.

Napoleon si girò di scatto e il suo volto ora sembrava preoccupato, il palestrato francese iniziava a perdere colpi.

  • Quella troietta! – e la raffinata dama azzurra scoppiò in un nuovo pianto.
  • Ehm, sì, credo proprio lo sia.

Disse Giona trattenendo a fatica un sorrisetto di rivincita. Si girò verso monsieur Bonaparte che cercava di guadagnare la fuga. Il suo campione era stato smascherato: altro che Brad Pitt! Allora corse al cassonetto, recuperò il cuore ferito e lo riportò a Giona, il quale porse il petto affinché l’imperatore, umilmente, lo rimettesse al suo posto. Questi lo fece non senza imbarazzo, poi guardandosi intorno per dissimulare, si dileguò.
Giona si disse: o la và o la spacca. E si avvicinò ad Elena, le prese la mano e dipinse sul suo volto un’espressione di comprensione verso quella povera ragazza tradita.

  • Quando l’ho scoperto, mi ha cacciata di casa, mi ha detto: ma tu che cazzo vuoi da me? In francese, s’intende.
  • Certo, in francese. – Un po’ parolacciuta la dama, pensò Giona.
  • Quello stronzo! – E dai! – non lo pensi anche tu che è stato un grandissimo, emerito str…?
  • Ehm, sì, lo penso anch’io. – Rispose prontamente imbarazzato a causa di tutte quelle brutte parole proferite da una così dolce fanciulla.
  • Capito adesso perché piango? Non ne ho diritto in fondo?
  • Certo! Del resto è proprio una brutta storia. Ma adesso che ti ha cacciata che farai?
  • Non lo so. – Disse appoggiando la sua testa contro il petto di Giona, il quale divenne paonazzo. – Me ne starò un po’ da una mia amica che abita alla periferia di Parigi… ma io a Claude non lo voglio più vedere, sai!
  • Giusto! – Disse mentre il contatto con la fanciulla gli stava portando la frequenza cardiaca a livelli di guardia. Il cuore gli batteva al ritmo di una mitragliatrice a ripetizione.
  • Bhè, grazie per lo sfogo, sei stato… provvidenziale direi, sai, avevo in mente di fare una pazzia, ma la tua gentilezza mi ci ha fatto ripensare.

Giona rimase esterrefatto. Quella bella ragazza voleva fare una pazzia? Di che tipo? Meglio non pensarci, ormai il pericolo sembrava sventato.

  • Grazie veramente… ma come ti chiami? Non me lo hai detto.

Per un attimo pensò di mantenere il mistero, tanto così, per conferirsi importanza, ma poi pensò che avrebbe dovuto andarsene di lì a poco e quindi era meglio lasciare alla bella dama francese un nome e magari un recapito. Ci pensò un attimo, poi sorridendo compiaciuto disse:

  • Giona punto Demichelis chiocciola gmail punto com.
  • Come? Ah, è la tua email, signor Giona Demichelis? – ripeté con gaiezza Elena.
  • Sì, sai com’è, ormai senza internet non vai da nessuna parte. – Si accorse di aver detto una banalità di quelle da mille punti quando vide l’espressione corrugata sulla fronte della bella damigella, che però si trasformò subito in uno splendido sorriso.
  • Eli punto Medici chiocciola yahoo punto it. Senza internet non si va da nessuna parte.

Lo stava prendendo in giro? Si erano appena conosciuti e già lo prendeva in giro! Però era un buon segno, segno di una raggiunta intimità iniziale.
Poi il viso della ragazza si oscurò di nuovo.

  • C’è uno che ti sta fissando. Guarda laggiù senza farti notare. – disse Elena.

Giona guardò con la coda dell’occhio nella direzione che Elena gli indicava con l’indice della mano destra poggiato sul ginocchio. Che dita lunghe e delicate aveva! Pardon, torniamo a guardare chi è che fissava Giona.
Era il tassista.
Fermo impalato davanti al suo taxi parcheggiato vicino al marciapiede. Giona si alzò dal bordo della fontana e gli fece un cenno col capo, come a dire: eccomi, arrivo subito, non vedi che sto con una fanciulla? Quello per tutta risposta, gli fece l’occhiolino, come a dire: certo caro, fai pure, non sono mica scemo, ho capito bene che intendi! Al gesto dell’autista, Elena non trattenne una risata che ottenne come effetto di far arrossire di nuovo Giona.

  • Bene devo andare, altrimenti perdo l’aereo. – Sempre che ci fosse un aereo ad aspettarlo.
  • Posso darti un bacio sulla guancia senza ustionarmi le labbra? – disse la bella francesina con un sorrisetto vagamente malizioso.
  • Certo, fai pure. – mentre il rischio di ustionarle le labbra diventava sempre più probabile.

Il bacio fu prolungato e, benché fosse sulla guancia, fu il più bel bacio che avesse mai ricevuto: il bacio di una dama di Francia.

  • Allora ci sentiamo via email, ok?
  • Puoi contarci.

Si avviò verso il taxi con la testa piena di fiorellini, fuochi d’artificio e altre sdolcinatezze.

  • Alor, com’è andata, monsieur?
  • Alla grande! Che ragazza!
  • Oui, monsieur Giona, molto carina, tres jolie.

Pensò che non sapeva il nome del suo compagno di viaggio.

  • Posso sapere il tuo nome, amico?
  • Ma certo, il mio nom c’est Gabriele.
  • Gabriele! Ma certo, tipico nome francese… – disse dubbioso Giona.
  • Certamente monsieur!

Elena. La bella dama francese, la meravigliosa damigella della corte del Re Sole, che conosceva pure le parolacce. Comunque veramente bellissima con quegli occhi color… color… ehi! Che colore avevano i suoi occhi? Non lo ricordava! Gravissimo! Da principiante! Anzi da stupido, non ricordava il colore degli occhi della sua bella.

  • Scusami Gabriele, hai visto la ragazza che era con me prima?
  • Ma certo!
  • Per caso, hai notato di che colore aveva gli occhi?
  • E come avrei potuto? Eravate troppo lontani.
  • Già, troppo lontani…
  • Comunque mi è parso verdi.
  • Come? Ma non eri troppo lontano?
  • Io ho una vista da falco!

Verdi, ma sì, diciamo di sì, verdi è proprio un bel colore. Chissà cosa avrebbero detto i suoi amici quando gli avrebbe raccontato questa incredibile storia!
Arrivò all’aeroporto e salutò Gabriele senza pensare nemmeno a pagarlo, non che non volesse farlo, ma la sua testa era altrove. Gli dedicò anche una canzoncina che cantò ad alta voce mentre scendeva dal taxi: “Adieu Gabrieleeeee! Mon ami! Adieu Gabrieleeeeeeeeeee! Mon grand amiii! Adieu, adieuuuuu!”
Terminata la performance si girò e strizzò l’occhio ad un passante che si era fermato esterrefatto ad ascoltarlo.
Naturalmente trovò una prenotazione già pagata a suo nome per tornare a Roma e, ci avrebbe scommesso, appena avrebbe messo piede a terra, avrebbe trovato Leo in macchina ad aspettarlo e allora gli avrebbe raccontato del suo incredibile incontro.

Ma Leo non c’era ad aspettarlo. Al suo posto c’era un tassista che teneva in mano un cartello con su scritto il suo nome. Altra misteriosa stranezza da aggiungere alle precedenti: chi lo aveva avvertito?
Il viaggio di ritorno a casa fu freddo, non solo per il clima.
Il tipo che guidava non aveva nessuna intenzione di fare due chiacchiere sugli occhi verdi (forse) della bella Elena, tanto era intento ad insultare chiunque lo superasse o chiunque si trovasse sulla sua strada. Nemmeno il nuovo tassista chiese soldi a Giona per pagare la corsa, anzi questa volta il tassista quasi nemmeno lo salutò, quando Giona scese dal taxi.
Salì a casa esausto ma felice, felice di aver incontrato la bella Elena. Ora una bella dormita e poi l’indomani avrebbe chiamato Leo per sotterrarlo di storie su dame, imperatori e contadini bifolchi.
Prima di coricarsi però gli venne in mente di dare uno sguardo al biglietto bianco. Lo estrasse dalla tasca posteriore dei jeans e lo aprì con crescente preoccupazione. C’era scritto: “giovedì alle 9:30 sotto casa”. E non c’era traccia alcuna delle frasi precedenti.
Il mistero di quella storia si insinuò a forza nel suo cervello spodestando la dama azzurra che venne rilegata in un angolo in attesa del nuovo giorno.

Fine secondo episodio
Prossima puntata: Episodio 3 “Punto it o punto com?”
Puntata precedente: Episodio 1 “Uno strano colloquio di lavoro

2012 – Le liste bianche
di Iacopo Bellavia
Licenza Creative Commons
Quest’ opera è distribuita con licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Condividi allo stesso modo 3.0 Italia

Letto 253 volte, di cui 1 oggi

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>