2012 Le liste bianche – Il tunnel – ep. 4

17 gennaio 2013 | commenti: 0

2012 Le liste bianche - ep.4 Il tunnel - romanzo completo on line | lofaccioincasa.it/

giovedì 27 dicembre 2012

Quelle ferie passarono allegramente come al solito, tra mangiate colossali, partite a carte e la messa di mezzanotte.
Incontrò anche alcuni lontani parenti che arrivavano da un remoto angolo della penisola, gente che non aveva mai visto e conosciuto, ma a cui era legato da un vincolo di sangue.
I parenti. Pensava. Amicizie imposte, persone che a volte non vorresti frequentare, lontane da te, che non conosci perché non vuoi conoscere eppure, quando le incontri, sei costretto ad abbracciarle e salutarle “calorosamente” perché c’è un invisibile filo che ti unisce a loro, talmente invisibile, che a volte credi proprio che non esista. Eppure un motivo deve esserci se certe persone sono legate a te in maniera, come dire, “istituzionale”.
A differenza dei parenti, a volte invece incontri degli amici che non si capisce come mai, ma sembrano fatti apposta per te. Persone con cui ti trovi bene fin dal primo minuto, idee, progetti, pazzie fatte insieme, ma anche dolori, litigi e poi riappacificazioni.
Pensava che alcuni amici erano come i parenti, nell’accezione delle persone a te care, e invece alcuni parenti erano come gli amici, intendendo per amici, persone con cui vieni a conoscenza più o meno fortuitamente.
E allora, i vicini di casa? Parenti o amici? Dipendeva dal loro grado di familiarità, di simpatia ed anche di empatia.
Ricordava che da piccolo aveva molti amici del tipo “vicini di casa”, ma prima o poi tutti se n’erano andati a vivere altrove, e, ad un certo punto della sua vita, anche lui lo aveva fatto.
Insomma, furono delle ferie di completa riflessione, con un velo di tristezza mista a rammarico giusto per condire l’allegria generale. Forse avrebbe potuto andare diversamente con Elena. Non l’aveva più sentita, nessuna email era arrivata dalla bella dama di Francia.

Era mercoledì 26 dicembre e l’indomani avrebbe avuto una nuova intensa giornata in chissà quale capitale europea a fare nulla, mezz’ora in una stupenda piazza per raccogliere un fazzoletto ad una ragazza o magari il bastone ad un anziano o chissà quale altro inutile servizio. Ma perché doveva farlo? Poteva sempre tirarsi indietro, del resto non aveva firmato nulla… Anzi, forse sì, ma sotto effetto della droga! Gliel’avrebbe fatta pagare anche subito se avesse saputo di chi si trattava!
Però non era detto, magari invece avrebbe dovuto fare dell’altro, qualcosa di più interessante… pensò subito al biglietto! Se avesse trovato qualche aggiunta alla scritta che già aveva letto prima delle ferie, il mistero si sarebbe infittito e Leo non avrebbe potuto che convenire che il biglietto fosse la chiave di volta.
Lo estrasse allora dalla tasca e lo aprì: la scritta era assolutamente invariata e confermava l’appuntamento dell’indomani.
Avrebbe voluto accartocciarlo e gettarlo tra i rifiuti, ma non poteva farlo, doveva andare fino in fondo a quella storia per capire chi o cosa ci fosse dietro.
Andò a dormire dopo essersi assicurato di aver chiuso la porta con il chiavistello, almeno di notte sarebbe stato tranquillo, forse.

Si svegliò alle 8:30 di soprassalto ma non a causa della sveglia della volta precedente, bensì a causa di un brutto sogno.
Stavolta si trovava in un tunnel nero, molto nero e sentiva dolore alle braccia, appena provava ad uscire, non ne era capace e gli sembrava di essere in trappola.
Ma per fortuna si era svegliato e il dolore alle braccia era passato. Concluse che forse aveva dormito in una posizione scomoda.
Si preparò in fretta e furia e poi gli venne in mente di dare un’occhiata al suo conto in banca perché durante le feste, tra spese e regali, aveva perso di vista il saldo.
Si collegò on line con la sua banca e rimase a bocca aperta: sul suo conto c’erano almeno mille e cinquecento euro in più di quanto si aspettasse!
Controllò il registro dei movimenti e notò che c’era un bonifico a suo favore di 1.500 euro, appunto.
Proveniva da un tale Mario Rossi. Era stato accreditato proprio quella mattina!
Altra stranezza del periodo. Ma non c’era più tempo adesso, si ripromise di fare un salto in Banca per verificare questa storia.
Scese le scale con una crescente curiosità mista ad ansia perché non sapeva chi avrebbe trovato come autista quella mattina.
Quando aprì la porta fu stupito di non trovare nessuno, né il burbero autista romano, né il suo improbabile collega parigino. Certo che trovare quest’ultimo ad aspettarlo sarebbe stato più difficile, ma vista la situazione, non si sarebbe stupito più di tanto.
E invece nessuno.
Guardandosi intorno notò in lontananza uno strano figuro arrotolato in una sciarpa nera avvolta sopra ad un impermeabile scuro da cui spuntavano degli occhiali, anch’essi scuri. Anche le scarpe erano nere e in testa aveva un cappello di lana, scuro. La cosa inquietante era che lo guardava con sospetto e ondeggiava sulle gambe.
Si girò improvvisamente dall’altra parte e continuò a controllarlo con la coda dell’occhio per paura di incontrare il suo sguardo. Si innervosì e iniziò a sudare freddo. Dopo due intervistatori drogati, due autisti pazzi, una bella ragazza, ecco un altro strano figuro, un tipo veramente inquietante che lo fissava ondeggiando come un pendolo! Che fare? Sarebbe potuto rientrare in casa oppure avrebbe potuto iniziare a correre per allontanarsi il più possibile.
O forse avrebbe dovuto affrontarlo a viso aperto? Sì, forse avrebbe dovuto, un po’ di coraggio, suvvia!
Ancora un attimo di tentennamento, poi si decise: puntò l’uomo nero e iniziò a traversare la strada con decisione. L’altro sembrò interdetto e smise di ondeggiare sulle gambe. Più Giona si avvicinava allo strano tipo più quello pareva innervosirsi. Quando fu a pochi metri dal losco figuro, questi si voltò e iniziò a fuggire dapprima trotterellando, poi aumentando il passo, Giona allora iniziò a corrergli dietro pensando di aver fatto la cosa giusta: di lì a poco l’avrebbe raggiunto e smascherato.
Il cuore gli batteva forte in petto. Stava rincorrendo il suo uomo. Stava per venire a capo di questa assurda faccenda. Ma poi, all’improvviso, subentrò un po’ di perplessità, la corsa del fuggiasco aveva qualcosa di familiare.
Dopo qualche altro metro di corsa l’uomo nero rallentò trafelato per riprender fiato. Giona non credeva ai suoi occhi: appena cento metri e il suo aguzzino sembrava già non farcela più. “Nemmeno più allenati li mandano!” Pensò Giona.
Ma l’uomo nero si girò all’improvviso e, dopo aver ripreso fiato, urlò:

  • Ma che diavolo fai?

Subito il mondo gli cadde addosso: ma quale uomo nero, era Leo travestito!
Allora si ricordò del famigerato “piano B” e si rese immediatamente conto di averlo mandato miseramente a monte!

  • Porca vacca Giona!
  • Scusa Leo… avevo dimenticato… ero preso dall’ansia! Non ricordavo…
  • Maledizione, Giona, ma cos’hai in testa? – disse Leo in preda ad una crisi respiratoria. Poi, dopo aver recuperato fiato, riprese – Dai torna davanti al portone di casa, sono ancora le 9 e 25, magari ancora non è arrivato nessuno e non hanno assistito a questa misera figura che abbiamo fatto. Magari il mio “piano B” è ancora recuperabile.

Giona tornò immediatamente davanti casa con passo rapido, invece Leo, stremato per la corsa, camminò pian piano rasentando il muro per non dare nell’occhio.
Arrivato davanti casa tutto sembrava tacere, non un passante, non una macchina. Forse l’avevano scampata, forse il “piano B” non era perduto, si poteva ancora metterlo in atto.
Poi però vide qualcosa attaccato al portone di casa. Sembrava un foglietto giallo. Si avvicinò e lo guardò da vicino. C’era scritto: “X GIONA DEMICHELIS”.
Porca miseria, li avevano scoperti! Ma certo, come poteva pretendere di competere con certa gente! Quelli erano certamente professionisti di un altro livello rispetto a due disgraziati come loro! Sicuramente erano lì intorno appostati da chissà quando e si erano gustati tutta la scena! “Che risate si saranno fatti!” pensò.
Se Elena fosse stata una dei loro, come sospettava Leo, questa scena lo avrebbe certamente consacrato ai suoi splendidi occhi come un perfetto imbecille! Diamine!
Si girò e per poco non gli prese un colpo, Leo era dietro di lui come un’ombra scura.

  • Allora, che dice: “ah, ah, ah”?
  • Ehi, mi hai fatto spaventare.
  • Sì, come no! Leggi dai!

Giona aprì il foglietto giallo e lesse il nome di una via e un numero civico.
Rimasero perplessi e iniziarono a rimuginare velocemente. Forse era lo stesso indirizzo dove Giona aveva sostenuto il colloquio? No, per quel poco che ricordava, a Giona non sembrava proprio. Forse era l’indirizzo di una nuova sede? O forse volevano attirarli da qualche parte per tendergli un’imboscata? Chissà… La faccenda si complicava.

  • Ti rendi conto? Hai mandato tutto a monte, questi ci stavano spiando, che figura! Che figura che abbiamo fatto! E adesso?
  • E adesso andiamo!
  • Intendi all’indirizzo indicato nel biglietto?
  • Ma certo, dove sennò?
  • No, no! Non ci vengo neanche se mi paghi!
  • Ma non sei curioso?
  • Sì però ho anche paura, e poi a me non ha invitato nessuno!
  • Ti sbagli.
  • Come?
  • Ti sbagli, sei stato invitato anche tu!
  • Ma che dici?
  • Leggi.

Gli porse il biglietto. C’era scritto: “PORTA ANCHE LEO”.

  • No, no, a me non mi ci fregano… anzi… ho capito tutto! Quelli vogliono me, non te!
  • Cosa? E allora che mi avrebbero mandato a fare a Parigi senza di te?
  • Be’ allora, vogliono anche me, oltre te!
  • Hai per caso un conto fantasmagorico in banca? Dieci ville ai Caraibi?
  • No, però… – la frase di Leo si perse nei meandri dei suoi pensieri.
  • Dai su, andiamo.
  • Ma dici davvero?
  • Sì, sì, prendi la macchina e partiamo.
  • Io però non ci volevo venire, ho paura, anzi paurissima! E inoltre credo che sia un cattiva idea, la peggiore fino a questo momento!

Nonostante le lamentele di Leo, i due partirono all’avventura verso la meta sconosciuta. Stavano andando incontro all’ignoto e la cosa a Giona, da un certo punto di vista, iniziava a piacere… almeno un pochino.

  • Non mi è chiara una cosa! – disse Leo.
  • Una sola? – ribatté Giona sorridendo.
  • Dai, non scherzare. Davvero, come facevano a sapere il mio nome?
  • Ma come? Le scritte che cambiano sul foglietto ti sembrano trucchi da prestigiatori dilettanti e non riesci a spiegarti come sappiano il tuo nome?
  • Già è vero, non è poi così difficile venire a conoscenza del nome di una persona.
  • Ecco bravo, concentrati piuttosto sul piano C.
  • Piano C?
  • Sì, pensa a qualcosa da fare appena arriveremo là! Visto che il “piano B” è andato a monte!
  • E che ci penso a fare al “piano C”? Tanto manderesti a monte anche quello!
  • Va bene, fa come vuoi. Anzi, ascolta questa cosa: stamattina, prima di uscire per rovinare il tuo piano, ho dato un’occhiata al conto in banca…
  • Perché? – lo interruppe secco e preoccupato Leo.
  • Ehi, calma, l’ho controllato perché se avessi dovuto fare un altro viaggio, magari qualche soldo in tasca avrebbe potuto risolvere eventuali complicazioni.
  • Giusto. Sei previdente.
  • Grazie, ma ascolta. Mi collego al sito della mia banca, chiedo un saldo e… sorpresa: mi ritrovo sul conto mille e cinquecento euro in più!
  • Cosa!!! – sbottò Leo, che perse per un attimo il controllo della macchina e per poco non urtò un camion parcheggiato.
  • Ehi stai attento alla strada! Non distrarti!
  • Ma Giona! Questo cambia tutto! Ti rendi conto che ora sappiamo chi sono?
  • Magari, l’intestatario è un certo “Mario Rossi”… una vera e propria presa in giro!
  • Ma non fa nulla! – si agitò Leo in preda ad un’emozione simile a chi ha un poker d’assi in mano. – Adesso possiamo fare delle indagini, magari andare alla polizia e far rintracciare l’intestatario del conto dicendo che è un misterioso figuro… insomma, gli raccontiamo tutta la storia. Possiamo sporgere denuncia sapendo il numero di conto e sapendo che hanno anche dato delle false generalità.
  • Però, hai ragione!
  • Certo, anzi, sai che ti dico? Adesso giro e andiamo subito a fare denuncia.

Giona per un attimo pensò che però quei soldi gli avrebbero fatto davvero comodo. Ma poi, stupendosi della propria venialità, allontanò quell’idea dalla sua testa e pensò che cosa avrebbe dovuto dire alla polizia.

  • Aspetta un attimo, Leo. C’è ancora qualche dettaglio da definire.
  • Come? Che dettaglio? Si sono traditi, non lo capisci! – disse Leo con una certa agitazione.
  • Ne sei certo? Ti pare che gente del genere faccia un errore così clamoroso? E comunque facciamo così: andiamo all’appuntamento e vediamo che succede, così avremo ulteriori indizi da raccontare alla polizia.
  • Sai, a volte mi sembra che questa storia ti stia piacendo…
  • No, non fraintendermi, sono preoccupato anch’io, ma dobbiamo mangiare la foglia e non fargli capire cosa abbiamo in mente, anche se in realtà, si sono dimostrati talmente furbi che mi viene da pensare che abbiano previsto anche questo.
  • Va bene, andiamo a vedere che succederà oggi.

Arrivarono nella via indicata dal foglietto giallo e parcheggiarono proprio davanti al civico indicato. Grande perplessità: si trattava di un lotto abbandonato e isolato dal resto del mondo. Un prato incolto, recintato con una rete arrugginita attaccata precariamente a stanchi paletti di legno consumati all’inverosimile. Il cancello che avrebbe dovuto impedire l’accesso agli estranei, aveva un’anta a terra e l’altra pronta a seguirla, magari non oggi, non domani, ma comunque presto, molto presto.

  • Che te ne pare?
  • Di cosa?
  • Di questo posto, di che sennò? Della situazione, del fatto che qui non c’è niente di interessante da raccontare alla polizia o che possa almeno darci nuovi indizi.
  • Che devo dirti Leo, non ci sto capendo nulla.

Poi notò che qualche decina di metri più in là si apriva un tunnel e gli tornò in mente il sogno di quella notte. Gli vennero dei brividi e distolse lo sguardo da quella bocca nera. Poi un vento tiepido lo avvolse…

  • Allora che facciamo? – disse l’amico vestito di scuro.
  • Aspettiamo.
  • Cosa?
  • Sta per accadere qualcosa, me lo sento…
  • O, santo cielo! Adesso ti metti a fare il sensitivo!
  • Fidati e aspetta in silenzio! – concluse Giona sicuro di sé.

Non fece in tempo a terminare la frase che udirono delle voci provenire dal tunnel. Leo sobbalzò e preso dal panico iniziò a cercare una via di scampo. Eccoli, stavano arrivando dall’oscurità, li avrebbero rapiti e portati chissà dove, erano caduti nella loro trappola come degli stupidi, degli incoscienti. Ma si può essere più imbecilli di così? Gettarsi consapevolmente nelle fauci del nemico? Era bastato che quelli gli avessero lasciato un misero biglietto giallo e loro avevano abboccato come pesci!
Giona fece cenno a Leo di nascondersi dietro un muretto semi distrutto dall’altra parte della strada. Leo non vedendo altra soluzione accettò alla svelta l’invito del compagno. Si accucciarono dietro al muretto in attesa della loro imminente fine. Poi Leo disse a bassa voce:

  • Ehi, ma che stiamo facendo? Corriamo in macchina.

Ma si rese conto che Giona non era poi così preoccupato perché la sua intenzione non era tanto quella di nascondersi, bensì quella di spiare! “È impazzito, adesso si mette pure a fare l’investigatore!”, pensò Leo, e chiudendosi nel suo berretto pregò che non li scovassero.
Giona si era perfettamente appostato, sicuro di non essere visto. Intanto le voci dal tunnel si fecero più forti e si distinsero delle risate sguaiate.
Dopo pochi istanti uscirono tre figure: due ragazzi ed una ragazza dall’aspetto alquanto trasandato.
Non si curarono affatto delle due spie dietro il muretto, non erano venuti per loro e questo si capì subito. Senza indugi proseguirono verso il cancello divelto calpestando l’anta abbattuta e addentrandosi nel prato incolto. Giona li vide scomparire velocemente tra l’erba e i cespugli alti.

  • Se ne sono andati?
  • Sì, non li vedo né sento più.
  • Allora corriamo alla macchina, dovremmo farcela.

Ma Giona trattenne l’amico per il colletto del giubbotto.

  • Aspetta… Non è prudente, potrebbero uscire da un momento all’altro e avrebbero un bel vantaggio su di noi. Non riusciremmo ad arrivare alla macchina in tempo.
  • Ma credi che se ne siano accorti che c’è la nostra macchina?
  • Credo di no. Aspettiamo che escano e che se ne tornino da dove sono venuti. Tanto non sono “loro” e chiunque siano, non sono interessati a noi.

Dopo alcuni minuti, che sembrarono ore, udirono nuovi rumori provenire dal campo. Stavolta sembravano passi disordinati, disorientati, diversi da quelli di pochi minuti fa.
I due improvvisati investigatori si abbassarono dietro al muretto per essere sicuri di non essere visti e stavolta anche Leo si assettò in maniera da non perdersi la scena.
Uscirono le stesse tre persone che erano entrate, ma se all’inizio erano ben dritte sulle loro gambe, adesso erano instabili al punto che la ragazza cadde a terra pesantemente, battendo la testa contro la metà del cancello che era ancora in piedi. Questa cadde rovinosamente a terra seguita dalla ragazza. I due compagni rimasti in piedi la guardarono. La ragazza era immobile. Uno di essi iniziò a ridere sguaiatamente urlando frasi sconnesse. L’altro invece si chinò sulla ragazza e, benché fosse annebbiato tanto quanto il suo compagno, disse con un filo di voce:

  • Mi sa che è morta!

Per tutta risposta l’altro ricominciò a ridere.

  • Glielo avevo detto che non la reggeva ‘sta roba. Ma lei… – continuò a ridere ancora più forte.

L’altro lo guardò con occhi increduli e disse a voce più alta:

  • È morta! Lo capisci che siamo nella merda! ‘Sta stronza è morta! Scappiamo!

L’altro divenne serio e lo guardò.

  • Come “è morta”? Ma che cazzo dici?

Tirandolo per il giacchetto il primo tagliò corto dicendo:

  • Sì, è morta e se ci beccano qui con lei sono cazzi nostri. Dobbiamo scappare e non uscire di casa per almeno una settimana.

L’altro era incredulo e non riusciva a decide se scappare o soccorrere la povera ragazza.

  • È morta! – Insisté l’altro. – E se ci beccano qui ci sbattono dentro e buttano la chiave! Lo capisci non ne usciamo più!

Il secondo, che aveva evidenti problemi a comprendere la situazione, guardò prima l’amico poi la ragazza sanguinante stesa sul cancello e alla fine realizzò. Si vide sbattuto sotto una doccia, poi vestito con un abito puzzolente e chiuso in una cella con altri farabutti pronti a dargli ciò che si meritava per aver causato la morte di una povera ragazza. Allora si alzò velocemente in preda al panico e provò a correre inciampando miseramente nelle aste del cancello, si rialzò senza pensare al dolore e iniziò a correre verso il tunnel.
L’amico lo guardò con aria interrogativa e poi lo seguì. Sparirono inghiottiti dalla stessa oscurità che li aveva vomitati poc’anzi.
Appena quella pietosa scena fu terminata Giona e Leo si guardarono in faccia, entrambi sbalorditi e incapaci di fare alcunché.
Leo, mosso a compassione, disse:

  • Portiamola all’ospedale.
  • Aspetta, come ci giustificheremo? Che gli diremo se ci chiedono cosa ci facevamo in questo posto? Crederanno che l’abbiamo uccisa noi e non vorranno sentire ragioni.
  • Ma chi ti dice che è morta?
  • L’hanno detto loro.
  • Ma erano talmente fatti che non distinguerebbero una persona da un albero.
  • Ma se la tocchi le lasci le impronte addosso.
  • Senti, non possiamo lasciarla là, se è ancora viva, la condanniamo!

Giona ci pensò un po’ su, poi disse:

  • Hai ragione, portiamola al pronto soccorso, inventeremo una storia lì per lì.

Detto ciò si avvicinarono alla ragazza caduta e la girarono pancia all’aria per controllare se fosse ancora viva.
Appena Leo la vide in faccia ebbe un sussulto.

  • Cosa c’è? – chiese Giona notando un’espressione sbigottita dipinta sul volto dell’amico.
  • Conosco questa ragazza.
  • Cosa?
  • Sì, so chi è.
  • Tu sai chi è?
  • Si chiama Laura e stava a scuola con me!
  • Al liceo?
  • No, alle medie.
  • Alle medie? E come fai a riconoscerla? È passato parecchio tempo.
  • Siamo stati insieme!

Per un attimo Giona rimase sorpreso. Sapeva che Leo fosse omosessuale quindi quella notizia gli suonò strana.
Certo però che non era più strana del fatto che avesse ritrovato la fidanzatina di scuola in un campo abbandonato, per di più, in fin di vita! Assurda coincidenza!

  • Senti, io non ci sto capendo più niente!
  • Ok, Giona, ne parliamo dopo. Adesso aiutami a sollevarla e portiamola in macchina.

Giona tornò in sé e si immerse di nuovo in quella assurda realtà che stava vivendo, sempre più misteriosa e senza senso.
Caricarono la ragazza in macchina sistemandola sul sedile posteriore e partirono per il più vicino ospedale. Non conoscevano bene quel posto, quindi optarono per un ospedale più vicino alla loro zona, anche per far fronte ad eventuali sviluppi che quella storia avrebbe certamente portato.

  • Ma è viva?
  • Sì, mi sembra che il polso le batta. – un attimo di pausa, poi riprese – Mi sa che conoscono anche te.
  • Come?
  • Credo che anche tu faccia parte del loro piano. Mi resta troppo difficile credere che questo incontro sia una semplice coincidenza. Questi sono decisamente più avanti di noi. Avevamo un piano che reputavamo un buon piano, ma in realtà si è rivelato senza senso, avevano già previsto tutto… dovremo impegnarci di più per venire a capo di questa faccenda.

Leo lo ascoltò in silenzio.Era molto teso e preoccupato.
Arrivarono all’ospedale in circa venti minuti e subito gli infermieri di turno si resero conto della gravità della situazione. Corsero a prendere un lettino e vi caricarono su la ragazza.
Chiesero ai due amici di non allontanarsi.
Leo e Giona si sedettero in sala d’attesa, indecisi sul da farsi.
Poco dopo arrivò una volante della polizia da cui scesero due agenti che entrando nella sala d’attesa si tolsero i berretti.

  • Chi sono i due signori che hanno accompagnato la ragazza?
  • Siamo noi. – disse Leo scattando in piedi.
  • Buongiorno signori, ci seguano prego.
  • Ma dove andiamo?
  • In centrale.

I due si guardarono e Leo replicò all’agente:

  • Ma come sta Laura?

L’agente non rispose e uscì dalla sala. Leo si bloccò e disse ad alta voce:

  • Non esco se non mi dite come sta!

L’agente per tutta risposta confermò l’invito a seguirlo. Giona guardò Leo e poi si incamminò verso l’agente. Cambiando tono, Leo disse in maniera più calma:

  • Ok, vengo con voi, ma vi prego ditemi come sta.
  • La situazione è molto grave ma i medici faranno di tutto per salvarla ne sia certo, adesso mi segua per favore.

Leo si arrese e seguì l’agente. Entrarono nella macchina della polizia, guardati a vista da uno dei due agenti che era salito con loro sul sedile posteriore. Giona guardò Leo e gli sussurrò:

  • Scusa.
  • Di che?
  • Di averti coinvolto in questa storia.

Leo non rispose, aveva un atteggiamento diverso dal solito. Giona intuì che rincontrare Laura avesse riportato a galla una storia dalla quale l’amico non ne era mai veramente uscito.
Leo guardava fuori dal finestrino. Giona vide una lacrima rigargli il volto.
Arrivarono velocemente alla centrale che si trovava a pochi minuti dall’ospedale e subirono un interrogatorio lungo e stancante. Dovettero ripetere più volte che non conoscevano la ragazza o almeno non l’avevano riconosciuta finché non l’avevano vista in faccia. Non riuscirono però a giustificare in maniera chiara il fatto che si trovassero proprio lì in quel momento. Non essendoci però alcuna prova a loro carico ed essendosi Laura ripresa, notizia dell’ultima ora che fece di nuovo sussultare Leo, li lasciarono andare ma con l’obbligo di non lasciare il paese fino a nuova comunicazione.
Quando uscirono gli furono riconsegnate le chiavi dell’auto, anzi, ex-auto. L’avevano perquisita in ogni centimetro quadrato, dai sedili, alle cromature. Non sembrava più nemmeno la stessa auto. Quando Leo la vide sussultò per l’ennesima volta in quella lunga giornata e spalancò gli occhi.

  • Camminerà ancora?
  • Speriamo. – disse Giona.

Salirono e si diressero in ospedale per incontrare Laura.
Leo era in stato di confusione e non spiccicava parola. Giona era in imbarazzo per aver tirato l’amico in una storia più grossa di loro. Inoltre, Leo ci aveva rimesso la macchina, lui invece ci aveva guadagnato mille e cinquecento euro.
Arrivarono in ospedale e cercarono di entrare per sincerarsi sulle condizioni di Laura, ma gli infermieri sembravano irremovibili: non era possibile far visita alla degente.
Allora Leo perse le staffe e iniziò a sbraitare, urlando talmente tanto che gli infermieri cedettero e li lasciarono entrare.
Leo varcò la porta lentamente credendo che Laura fosse addormentata. Il cuore lo aveva in gola e quindi non riuscì a dire nulla. Giona lo seguì con lo sguardo restando in disparte.
Leo si avvicinò al letto dove Laura era stesa e fissava la finestra. Si girò lentamente verso di lui e aprì i suoi grandi occhi marroni. Accennò un sorriso. Leo le prese la mano.

  • Leoncino mio! – sussurrò Laura.

E Leo si chinò su di lei per baciarla teneramente.

Fine quarto episodio
Prossima puntata: Episodio 5 “L’ultima corsa”
Puntate precedenti:

Illustrazioni di Maria Cipolla

2012 – Le liste bianche
di Iacopo Bellavia
Licenza Creative Commons
Quest’ opera è distribuita con licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Condividi allo stesso modo 3.0 Italia

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