2012 – Le liste bianche – L’ultima corsa – ep. 5

28 gennaio 2013 | commenti: 0

2012 Le liste bianche - Ep. 5 L'ultima corsa di Iacopo Bellavia | lofaccioincasa.it

venerdì 28 dicembre 2012

Era ormai sera quando Leo salutò Giona dopo averlo accompagnato a casa. Giona salì lentamente le scale del palazzo ed entrò in casa. Era talmente esausto per la lunga giornata che se avesse trovato qualche intruso lo avrebbe ignorato.
Si accinse a preparare la cena e intanto si cambiò d’abito.
Mentre sceglieva il tipo di pasta per la cena, pensava all’accaduto e cercava di ricomporre l’intricato puzzle.
C’era però un pensiero che catturava la sua attenzione: il comportamento di Leo.
Sembrava essere cambiato in maniera repentina dal momento in cui aveva riconosciuto Laura stesa in terra.
Una sensazione davvero strana.
Il telefono squillò all’improvviso e Giona ebbe un sussulto. Rispose con un po’ di apprensione, ma si tranquillizzò subito quando sentì la voce di Leo, che, per quanto diversa dal solito, era sempre rassicurante.

  • Mario Rossi mi ha fatto un bonifico di sei mila euro! – disse Leo dall’altro capo del telefono con voce quasi senza espressione.
  • Davvero? – rispose con estrema meraviglia Giona. – E perché mai ti avrebbe fatto questo bonifico?
  • Non so bene, ma sicuramente si tratta dello stesso Mario Rossi che ha bonificato te.
  • Sicuramente sì.

La cosa diventa sempre più strana e poco comprensibile, sono molto confuso! E l’aver rincontrato Laura mi ha riportato indietro di quindici anni.

  • Se vuoi, ti ascolto, parla pure.
  • Sì, ne ho bisogno.
  • Bene, ti ascolto.
  • Non stavamo nella stessa classe, lei era… è più piccola di me di un anno circa. Stavamo insieme, so che ti sembrerà strano, ma è così.
  • No, figurati, ti credo… – disse Giona con un certo imbarazzo, come se Leo avesse intuito i suoi dubbi.
  • Bene, lei aveva un padre violento che picchiava la madre, ma non lei. Anzi a lei l’adorava in maniera morbosa. Puoi immaginare come prese la notizia del nostro fidanzamento. Non poteva vedermi e quindi la nostra storia andò avanti di nascosto per due anni, anche se sospetto che egli sapesse. Infatti una volta ci pedinò, attese che imboccassimo una strada poco frequentata. Ci sorprese mentre ci stavamo baciando e diede uno schiaffo a Laura. Feci per difenderla, ma lui si voltò verso di me con una faccia inferocita, come se gli avessi rubato la rosa più preziosa del suo giardino. Si avventò su di me e mi picchiò a sangue, davanti a Laura che gli urlava di smettere altrimenti mi avrebbe ucciso. Quando la sua ferocia si placò, mi aveva massacrato di botte al punto che non riuscivo ad alzarmi. Aveva esagerato, e se ne rese conto. Mi urlò che se lo avessi denunciato la prossima volta mi avrebbe ucciso. E aggiunse che non dovevo più avvicinarmi a Laura per nessun motivo.
  • Santo cielo! Ma è una storia terribile!
  • Sì lo è stata, ed è stato terribile anche il seguito.
  • Se vuoi…
  • A scuola – riprese Leo accettando l’invito dell’amico – non potevo più avvicinarmi a Laura, che cercava di evitarmi per proteggermi, ma forse ero io che avrei dovuto proteggere lei. Da quel giorno veniva a scuola sempre con gli occhiali scuri per nascondere le violenze del padre che aveva iniziato a picchiare anche lei, o forse lo aveva sempre fatto, non lo so, quello che succede dentro le mura di casa a volte è difficile da decifrare. Ai miei genitori avevo giustificato l’episodio dell’aggressione dicendo che mi avevano derubato e picchiato, sporsi anche denuncia contro ignoti. Ricordo che gettai il mio portafogli nel Tevere per simulare la rapina. Un giorno però successe l’irreparabile. Laura non venne a scuola per un paio di giorni. Noi compagni ci preoccupammo e decidemmo di andarla a trovare a casa. Lei stessa ci aprì la porta e ci fece accomodare sul divano. Entrai con molto timore, ma se ci fossero stati problemi sono certo che Laura mi avrebbe avvertito. Ci raccontò quello che era successo. Non era più la stessa perché aveva visto sua madre uccidere il padre! Lo aveva colpito duramente alla testa e poi lo aveva accoltellato quando si era accasciato per terra, il tutto davanti a Laura. Ci disse che la madre, dopo il fatto, avvertì la polizia che venne a prenderla e la portò in questura. Prima di andarsene da casa le disse che ora non doveva più temere. Dopo questo racconto cominciò a piangere senza riuscire a fermarsi. Intervenne lo zio, la abbracciò per consolarla. Poi ci pregò di lasciarla sola. Io mi sentivo impotente, non riuscivo a parlare eppure avrei voluto stringerla a me e sussurrarle qualche parola di conforto, ma non riuscii a fare nulla di tutto ciò. – e scoppiò a piangere.
  • Su, su Leo, calmati, in fondo eri solo un ragazzo che pretendi? Laura certamente avrà capito.
  • Da quel giorno non l’ho più rivista… fino ad oggi.

Giona non sapeva che dire e aspettò al telefono che Leo smettesse di piangere e gli desse un cenno.

  •  Ok, dai, ci vediamo domani. – sentenziò Leo ricomponendosi.
  • Va bene, e dormici su, ti farà bene… a proposito, domani ricomincio a lavorare, quindi se vuoi possiamo vederci quando stacco.
  • In che senso?
  • Come in che senso? Quando esco dal supermercato, se vuoi puoi fare un salto da me, oppure vengo io da te e magari andiamo in ospedale a trovare Laura.
  • Ma Giona, non hai letto il biglietto?

Giona iniziò a sudare freddo, un altro biglietto?

  • Di quale biglietto stai parlando?
  • Quando sono rientrato, ho trovato un biglietto attaccato alla porta che dice: “x Giona e Leo: domani alle 22 all’obelisco dell’Eur”. È scritto con la carta carbone, quella per fare le copie, quindi ho dedotto che tu abbia l’originale. Dai controlla, io l’ho trovato dietro la porta di casa.
  • Ok, vado subito, aspetta in linea.

Non sapeva se fosse più inquietante il biglietto in sé o la calma con cui Leo gliene aveva appena dato notizia. Si precipitò alla porta e la aprì piano. Il pianerottolo era ancora buio a causa della lampadina rotta. Eccolo là, attaccato alla porta. Ma era quasi sicuro che non fosse lì quando era arrivato.

  • Buona sera.

Sentenziò una figura scura dall’altro capo del pianerottolo. Giona sussultò, poi si girò piano verso la voce e nella penombra riconobbe il suo vicino, il baffone. Non lo aveva notato uscendo di casa ma era sul pianerottolo, probabilmente stava rientrando nel suo appartamento.

  • Buona sera. – rispose frettolosamente Giona.
  • Come va?
  • Direi stanco… sì molto stanco. – disse così per tagliar corto visto che Leo era ancora al telefono che lo aspettava.
  • Ha poi risolto con la faccenda dei ladri?
  • Quali ladri?
  • Non ricorda? Quando mi ha telefonato per controllare in casa sua?
  • Ah, già, sì grazie credo di aver risolto, sì. L’allarme era scattato senza un vero motivo, forse l’avevo regolato male, troppo sensibile…
  • Ma senta – lo interruppe l’uomo con i baffi bisbigliando – mi dice di che antifurto si tratta? Sa, quasi quasi me ne installo uno pure io… Non che io abbia chissacché in casa, intendiamoci, è giusto per stare tranquilli.

Giona, preso alla sprovvista, non seppe che rispondere, in quanto l’allarme non esisteva. Allora decise di tagliar corto.

  • Mi scusi ma ho una persona al telefono, glielo dico la prossima volta, ok?
  • Ok, scusi il disturbo, allora arrivederci ne parliamo alla prossima occasione.
  • Sì, sì, certo, alla prossima.

Chiuse la porta di casa e tornò al telefono.

  • Ma quanto ci hai messo?
  • Scusa Leo, ma ho incontrato il vicino baffone che rientrava a casa e mi ha fatto un po’ di domande sull’allarme.
  • Che allarme?
  • Ma no, nessun allarme, lui crede che io ne abbia uno, ricordi? L’ho usato come scusa quella volta che gli ho telefonato dalla tua macchina per chiedergli di controllare in casa.
  • Ah, sì, ricordo… e cosa voleva?
  • Ma niente! Chiedeva la marca del mio impianto, dice che se ne vuole installare uno anche lui.
  • Ah, ah, ah, – rise Leo – lo hai proprio spaventato con quella telefonata.
  • Credo proprio di sì.
  • Allora, ce l’hai questo biglietto?
  • Sì, sì, ce l’ho in mano e ti confermo sia l’appuntamento sia il fatto che è scritto con inchiostro normale. È certamente l’originale.
  • Bene, allora che facciamo?
  • E che vuoi fare? Andiamo, ormai siamo in ballo.
  • Ok, allora ci si vede domani, vado a dormire sono molto stanco.
  • Lo credo bene! Fatti un bel sonno ristoratore e poi domani va a trovare la tua Laura. – si pentì subito dell’ultima frase detta.
  • Grazie Giona, a domani.

Cenò in assoluto silenzio, non accese nemmeno il televisore. Poi, all’improvviso gli venne in mente il computer, la posta elettronica, Elena, la bella dama azzurra. Solo al pensare a lei il suo umore cambiò. Tornò in lui la speranza di rincontrarla e preso da un attimo di buon umore, decise di scriverle una lettera.
Fu grande il suo stupore quando, aprendo la casella, vi trovò un messaggio di lei!
Lo aprì nervosamente, in preda ad una certa agitazione e lesse:

Ciao Giona Demichelis, come stai? Qui la situazione è stabile, non ho più notizie di lui e non ne voglio avere.
Ho avuto un po’ di nostalgia e ho pensato che in fondo non è stata una gran bella idea quella di lasciare tutto e trasferirmi qui a Parigi. Con uno sconosciuto, per di più.
Sai, si fanno molti sbagli nella vita, ma credo che si possa sempre riparare, non lo credi anche tu?
Insomma, per fartela breve ho deciso di tornare a Firenze dai miei e mi piacerebbe rivederti, che ne pensi?
Spero che leggerai questo mio messaggio, aspettavo una tua email… ti sei già dimenticato di me?

Allora ciao, spero di rivederti presto
Elena

Deglutì. Si fermò un attimo a riflettere e poi cliccò sul bottone “Rispondi”:

Ciao Elena,
certo che mi ricordo di te, ti ho pensata tanto.
Non volevo scriverti perché pensavo che tu ti fossi dimenticata di me.
Sono felice che tornerai in Italia, mi farebbe immenso piacere rivederti. Quando sarà possibile?
Vorrei scrivere ancora tante cosa ma preferisco parlartene a voce.

Fammi sapere dove posso raggiungerti
Giona

 

E spedì. Poi frugando tra la posta inviata, la rilesse e fu preso da sconforto: l’email non era scritta bene! L’aveva scritta con troppa fretta e forse traspariva un’immagine sbagliata di lui, troppo semplice, poco profonda… avrebbe dovuto rileggerla prima di inviarla, che errore madornale!
Ma poi udì un suono familiare provenire dal computer. Elena aveva già risposto! Lesse con avidità e preoccupazione la risposta:

Giona, allora ci sei!
Mi hai risposto dopo una settimana! Già pensavo che non ti ricordassi più di me. Sono contentissima di avere tue notizie. Io sono già qui a Firenze. Quando vogliamo vederci?

Enorme fu lo stupore nel leggere quella email. Controllò subito la data in cui Elena gli aveva spedito la prima email: 24 dicembre!
Era passata quasi una settimana! Non aveva più controllato la posta e quindi non l’aveva vista per tempo. Ormai però era fatta, doveva rispondere subito alla nuova missiva.

Elena, che piacere risentirti così velocemente!
Non me lo aspettavo, scusa ma in questi giorni non ho potuto accendere il computer perché sono stato molto indaffarato, sai le ferie…
Ti va di vederci sabato? Ti ospito qui da me se vuoi. Se ti va, verrò a prenderti alla stazione, se arriverai con il treno, oppure dimmi tu.

Risposta, quasi immediata:

Va benissimo! Ti farò sapere domani sera, sempre via email a che ora arriverò. Ma mi raccomando, tu tieni acceso il computer.

Giona rispose:

Ok, mi collegherò domani sera.
Ciao e buona notte!

Giona si addormentò felice e il misterioso impegno dell’indomani era già passato in secondo piano.

Il giorno dopo, tornò a lavoro nel supermarket. Non fece in tempo a salutare i suoi colleghi che subito lo relegarono a scaricare una decina di casse al banco frigo, tanto per scaldarsi un po’.
Ma a Giona non importava, l’indomani avrebbe rivisto Elena. Poi però gli venne in mente che quella sera avrebbe dovuto collegarsi per dare l’ok alla sua bella, proprio nell’orario in cui doveva recarsi all’obelisco dell’Eur! Che pasticcio!
Decise che le avrebbe scritto prima, magari a cena, dicendo che aveva un imprevisto per quella sera e che avrebbe letto la sua email in tarda serata, ma che era tutto confermato.
Si tranquillizzò un po’.
Durante la pausa pranzo telefonò a Leo per dargli la grande notizia e sapere come stesse Laura. Leo fu felice del prossimo incontro tra Giona e la sua bella, ma poi recò notizie non buone riguardo a Laura: era peggiorata. Aveva avuto delle complicazioni nella notte e adesso era intubata e non poteva parlare. Una brutta faccenda, povera ragazza.

Quando tornò a casa era a dir poco distrutto dalla stanchezza, ma si fece forza, mangiò, accese il computer per scrivere ad Elena. Non fece però in tempo a prendere il mouse perché suonò il campanello di casa.
Era il vicino baffone.

  • Salve, spero di non disturbarla!
  • In realtà stavo per uscire… – disse Giona sbrigativamente.
  • Ok, le rubo solo pochi minuti. Vede ho acquistato un allarme anch’io e volevo sapere cosa ne pensa.
  • Dia qua. – disse Giona, afferrando la confezione in mano al baffone. – mi pare un ottimo allarme. – disse facendo finta di intendersene.
  • Davvero? Speravo proprio di aver fatto l’acquisto giusto, sa? Bene, allora la lascio, vedo che ancora deve prepararsi, per uscire… attento!

l baffone indicò repentinamente la porta di Giona.
Giona si voltò e vide che la porta del suo appartamento si stava chiudendo lentamente a causa di una corrente d’aria. Si precipitò per bloccarla, ma invano. La porta si chiuse impietosamente. Grosso guaio: non aveva le chiavi con sé. Fu preso dal panico, non sapeva che fare.

  • Oh, no! E adesso come faccio?
  • Nessuno che conosce, ha una chiave di riserva?
  • Sì mio padre! Ma come lo avverto?
  • Usi il mio telefono, prego, entri. – disse il baffone invitandolo a varcare la soglia della propria casa.

Giona chiamò suo padre e gli chiese di raggiungerlo prima possibile con le chiavi di riserva, lo avrebbe aspettato ospite del suo gentile quanto inopportuno vicino.
Non parlarono molto. Giona notò che il baffone sembrava più divertito che dispiaciuto, ma non gli badò più di tanto perché aveva altro a cui pensare. Era talmente irritato che rifiutò la tazza di caffè che il baffone gli offrì. Provò allora con un tè. Giona rifiutò anche quello. Il baffone allora si arrese e si limitò a fargli compagnia parlando del tempo e di altre banalità, giusto per impedire al silenzio di gelare l’atmosfera.
Quando arrivò il padre di Giona, mancavano ormai pochi minuti all’appuntamento con Leo.
Giona entrò in casa sbraitando per il ritardo con cui il suo soccorritore si fosse presentato.
Si precipitò al computer ma si rese conto che non avrebbe potuto spedire l’email perché il portatile si era scaricato e non c’era tempo per ricaricarlo, doveva uscire. Il padre lo seguiva passo passo chiedendo scusa per il ritardo, del resto non abitavano poi così vicini.
Giona lo salutò lasciandogli l’impegno di chiudere la porta a chiave e attivare l’allarme. Il padre rimase interdetto perché non sapeva che suo figlio avesse un allarme in casa.
Lo cercò alcuni minuti, ma poi chiuse la porta e se ne tornò a casa sua.

Sembrava quasi fatto apposta, pensò Giona. Non era riuscito a mandare quell’email ad Elena. Rischiava di mandare a monte l’appuntamento dell’indomani. E tutto per colpa del suo irritante vicino!

Uscì dal portone del suo palazzo e trovò Leo in macchina ad aspettarlo. Entrò e salutò. Leo ricambiò il saluto e partì velocemente verso l’obelisco.

  • Ci sono novità su Laura?
  • No, la situazione è ancora quella di oggi.
  • Mi spiace.
  • Lo so. Ma ora pensiamo all’appuntamento di questa sera: ho un piano.

Giona per un attimo credette che il suo amico stesse scherzando, ma quello riprese.

  • Direi di perlustrare la zona e vedere se c’è qualche faccia sospetta in giro.
  • E come credi di fare? Sicuramente ci staranno già spiando.
  • Lo so, ma non possono certo impedirci di andare in giro, no?
  • Be’, credo di no.
  • E allora noi perlustreremo la zona cercando di non dare nell’occhio e appena troveremo qualche indizio o noteremo qualche personaggio sospetto agiremo di conseguenza.

Giona pensò sarcasticamente “Bel piano!” ma si guardò bene da riferirlo a Leo. Non gli sembrò il caso.

Arrivarono alle 22 in punto. Parcheggiarono in doppia fila a causa dell’enorme numero di macchine presenti in quel posto. L’obelisco dell’EUR. Si trattava di una sorta di piazza logistica, un’anticamera del divertimento del sabato sera. Da lì, dopo essersi ritrovati, partivano i ragazzi del sabato sera, organizzati in carovane di auto dirette nei più rinomati locali della capitale.
Erano bloccati in quella bolgia! Non potevano allontanarsi perché erano costretti a spostare la macchina molto spesso per far uscire dal parcheggio chi era arrivato prima di loro.

  • Che storia! Sono riusciti a bloccarci. Hanno calcolato tutto!
  • E se ci dividessimo? Cioè, tu resti qui a spostare l’auto e io vado in perlustrazione.
  • Mi pare una buona idea. – sentenziò Leo. – allora fatti un giro, poi quando torni andrò io e tu rimarrai qui a spostare la macchina.
  • Ok, ci vediamo tra un po’.
  • Aspetta! Prendi questo foglio e questa penna così potrai prendere nota di eventuali stranezze. Magari i sospetti sono in auto e potrai annotarne la targa.
  • Ottima mossa! A dopo.

Giona si allontanò stringendosi nel cappotto per il freddo. Mentre si allontanava, udì i commenti divertiti di alcune ragazze nei confronti dell’auto di Leo. Se avessero saputo perché l’auto si trovasse in quello stato, forse non avrebbero riso tanto.
Camminò in lungo e in largo per le strade lì intorno annotando targhe e particolari strani. Al termine del suo sopralluogo credette di non aver poi ottenuto chissà quale risultato. Tornò da Leo senza alcuna novità rilevante.

  • Che ti devo dire? Forse non è una buona idea quella di perlustrare questo posto.
  • Già, lo credo anch’io. Mi sembra di giocare al piccolo investigatore. Ogni faccia strana sembra un indizio, ogni macchina parcheggiata malamente attira la mia attenzione. Ma alla fine credo che questa perlustrazione serva a ben poco.
  • Senti, ci prendiamo un caffè? – lo interruppe Leo.
  • Ma sì, se poi qualcuno vuole uscire, ci potrà avvertire con il clacson.

Si recarono al bar più vicino e ordinarono un caffè a testa pagandolo come fosse oro colato. Si sedettero poi su un muretto da cui era possibile tenere d’occhio l’auto per eventuali rimozioni e iniziarono a parlare.
Giona raccontò a Leo dello scambio di email con Elena e quello fu molto sorpreso. Tirò fuori di nuovo l’ipotesi del complotto, ma in realtà sembrava quella meno sensata.

  • Eppure sono sicuro che c’è un particolare che mi sfugge, ma non riesco a focalizzarlo. – disse Giona. – ho come la sensazione di essere spiato in continuazione.
  • Beh, può darsi che qualcuno ti stia spiando davvero, anzi, magari ci sta spiando entrambi.
  • Sì, credo proprio di sì, ma non ho la minima idea di chi possa trattarsi.
  • Io resto dell’avviso che Elena vada tenuta d’occhio, perché è l’unica persona di questa storia che si è rifatta viva, non ti pare?
  • Allora, seguendo il tuo ragionamento, anche Laura potrebbe far parte di questa storia. Del resto non la vedevi più da parecchi anni ormai e si è rimaterializzata proprio in questo momento.
  • Potrebbe darsi, ma che senso avrebbe, visto che è ridotta così?
  • Hai ragione, scusa, sono stato indelicato.
  • No, per carità. Siamo in una situazione talmente strana che tutto può essere.
  • Già. Ma che ore sono?
  • È quasi mezza notte e tutto tace. Chissà perché ci hanno voluti qui? Stavolta mi sa tanto che ci hanno preso in giro. Direi di tornarcene a casa, così tu potrai scrivere alla tua bella.
  • Sì, direi proprio di sì.

Risalirono in macchina e si accinsero a partire. Presero la direzione del Grande Raccordo Anulare, una specie di autostrada che circonda la città e permette di evitare il centro che, specialmente di sabato sera, è una vera e propria bolgia infernale.
Ma anche questa alternativa era decisamente molto trafficata segno che forse di alternative non ce n’erano. Impiegarono quasi un’ora per riuscire ad arrivare nei pressi dello svincolo per imboccare il Raccordo, dove incapparono nella prima sorpresa della serata: l’entrata era bloccata causa lavori straordinari.
Leo iniziò ad innervosirsi lanciando insulti dapprima agli operai, poi al comune e infine passò all’intera nazione. Proseguirono e più avanti imboccarono una strada provinciale che speravano gli avrebbe permesso di tornare indietro e proseguire per il centro. Camminarono a lungo per una serie di stradine buie finché non arrivarono all’incrocio con una larga strada, giusto in tempo per assistere alla seconda sorpresa della serata.

Non ebbero nemmeno il tempo di chiedersi dove fossero finiti che videro passargli davanti due motociclette lanciate ad una velocità esagerata per il luogo in cui si trovavano. Rimasero a bocca aperta per lo spavento. Il rumore fortissimo prodotto da quelle moto era segno che i loro propulsori erano stati abilmente ritoccati. Poco dopo ne passarono altre tre o quattro, era difficile stabilire quante fossero, visto il buio che regnava su quella sorta di pista improvvisata.
Ai due sembrò che le moto non avessero nemmeno i fari accesi. Infine accadde quello che non si aspettavano proprio: durante un nuovo passaggio di bolidi, udirono un enorme boato che li fece letteralmente saltare dallo spavento. Cercarono di capire a cosa fosse dovuto quell’infernale schianto e si resero presto conto che si trattava di una motocicletta che aveva interrotto repentinamente la sua corsa contro un palo della luce. Il palo cedette e cadde a terra con un nuovo pauroso schianto e conseguente esplosione della lampada che aveva sorretto fino a poco prima. Il buio divenne ancora più pesto, visto che l’unica luce, seppur molto fioca, era proprio quella del lampione appena distrutto.
I due amici si guardarono in faccia e poi, di comune e silenzioso accordo, si precipitarono a vedere cosa fosse accaduto. Corsero forte per non incappare in altri missili. Arrivarono sul luogo dell’impatto e videro la carcassa della moto ma nessuna traccia del pilota. Si guardarono allora attorno per vedere dove fosse finito il centauro. Notarono qualcosa che si muoveva alla penombra di un altro lampione, a qualche decina di metri di distanza da dove si trovavano. Si avvicinarono lentamente e si resero presto conto che si trattava dello sfortunato pilota che stava lottando contro il suo casco. Era evidente che non riusciva a muovere le gambe perché era steso in terra e per quanto facesse, non riusciva ad alzarsi.

  • Ehi, aspetta ti aiutiamo noi!
  • Chi siete? – gridò il centauro con un filo di voce.
  • Non preoccuparti, siamo amici, stai fermo, calmati.

Leo gli sfilò il casco e quello respirò profondamente un paio di volte prima di ricominciare a parlare, o meglio sussurrare.

  • Chi siete? Polizia? Io non volevo… mi hanno convinto, io non volevo, lo giuro.

Iniziò a piangere come un bambino. Poi Giona si accorse che aveva un rivolo di sangue che gli scendeva dalla fronte. E fece un cenno a Leo. Questi annuì con il capo.
Giona allora mise un braccio intorno alle spalle del motociclista per sorreggerlo.

  • Dove mi portate?
  • All’ospedale. – rispose Giona.
  • No, no, è inutile – disse con la voce sempre più fioca – non sento più le gambe e nemmeno il resto! Sono alla fine, lo so. – poi guardò in faccia Giona e disse – ma sei tu? Sei tu? Sei venuto davvero allora! – disse il motociclista in fin di vita.
  • Cosa? Ma io non ti conosco. – disse Giona.

Leo lo guardò stupito pensando che oggi toccasse all’amico ritrovare un vecchio compagno in fin di vita. Ma Giona scosse il capo come a dire che non lo conosceva affatto.

  • Io non volevo te lo giuro! – continuò il ragazzo steso a terra, mentre il rivolo di sangue gli era ormai arrivato al mento – mi hanno costretto con le minacce, lo sapevo che andava a finire così. Io vi ho creduto ma non ci sono riuscito a dirgli di no. Adesso che succederà? Ti prego dammi l’assoluzione dai miei peccati! Ti prego!
  • Ma io non sono un prete…
  • Ti prego! – insistette quello.

Giona guardò Leo con faccia interrogativa e quello di nuovo annuì. Allora si chinò sul ragazzo in fin di vita e iniziò ad ascoltare una confessione di una serie di peccati che il centauro aveva commesso. In realtà si trattava di peccati veniali, almeno a giudizio di Giona, ma la storia delle corse alla cieca, o quasi, era davvero inquietante.

Al termine della confessione, ultimata con un filo di voce, Giona decise di provare ad assolverlo inventando una formula latineggiante perché non conosceva quella vera. Ma quando guardò gli occhi del ragazzo si accorse che non c’era bisogno di inventare nessuna formula, lo confermava il suo immobile sorriso.

Fine quinto episodio
Prossima puntata: Episodio 6 “Il collega misterioso”
Puntate precedenti:

Illustrazioni di Maria Cipolla

2012 – Le liste bianche
di Iacopo Bellavia
Licenza Creative Commons
Quest’ opera è distribuita con licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Condividi allo stesso modo 3.0 Italia

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