2012 Le liste bianche – Il funerale, ep. 8

25 marzo 2013 | commenti: 0

Le liste bianche - Ep. 8 - Il funerale | lofaccioincasa.it/

Domenica 30 dicembre 2012

Giona si svegliò di colpo, stavolta a causa della sveglia.
Erano le 9 e tra poco Leo sarebbe arrivato sotto casa per recarsi insieme al funerale di Laura.
La giornata era cupa, il cielo era plumbeo e non prometteva nulla di buono.
Scese alle 9:30 e trovò Leo in macchina ad aspettarlo con degli occhiali scuri. Salì in silenzio e salutò l’amico. Si accorse poi che c’era anche Lisa sul sedile posteriore.

  • Ciao. – disse quella tristemente.
  • Ciao. – fece Giona voltandosi e accennando un sorriso.

Giona non pronunciò altra parola e Leo mise in moto l’auto. Si stava domandando perché Lisa fosse con loro, avrebbe potuto succedere qualcosa di nuovo e sarebbe stata tirata in ballo anche lei. Reputò questa una mossa sbagliata, ma non disse nulla a Leo.
Arrivarono in chiesa prima dell’inizio della cerimonia e si sedettero in una fila vuota non distante dal feretro.
Ai primi posti c’erano la zia e la cugina della povera ragazza oltre alla madre, che aveva ottenuto un permesso dal carcere. Le due donne erano in lacrime, la cugina di Laura invece era solo triste, almeno così traspariva dalla sua espressione ermetica. Sembrava rassegnata e assente, quasi persa, anche se cercava di non darlo ad intendere. Indossava lo stesso giubbino del giorno precedente ed un paio di jeans neri. Ai suoi piedi c’era un borsone, simile a quelli sportivi. Forse sarebbe partita, chissà.
La cerimonia si svolse tra improvvisi scoppi di pianto delle due donne e di qualche altro amico.
Leo rimase impassibile per tutto il tempo, almeno sembrava, visto che indossava gli occhiali scuri. Giona però notò qualche lacrima che sbucava da sotto le lenti rigandogli le guance. Lisa invece mantenne un’espressione triste per tutta la durata della cerimonia, senza batter ciglio.
Al termine, quattro energumeni caricarono la bara in cui Laura ormai dormiva e la adagiarono con insospettata delicatezza sul carro funebre. Le due donne e la cugina salirono su una macchina scura guidata da un uomo in completo nero.
Il carro funebre partì seguito da poche auto tra cui quella di Leo.
Arrivarono al cimitero a metà mattinata e salutarono Laura per l’ultima e definitiva volta.

  • Laura ci dice arrivederci e non addio, ricordatelo sempre!

Queste le ultime parole del prete che aveva servito la cerimonia di addio alla sfortunata ragazza. Suonarono come un sigillo, quando i quattro energumeni posero una pesante pietra a chiusura del loculo in cui sarebbe stato conservato il corpo della giovane donna prematuramente scomparsa.
A turno, tutti i presenti, non molti in verità, salutarono la loro amica, chi baciando la lapide chi sfiorandola con le dita per poi salutare madre e zia. Qualcuno salutò anche la giovane cugina di Laura, evidentemente qualche amico che aveva in comune con la ragazza scomparsa.
Fu poi la volta di Leo, Giona e Lisa di porgere l’estremo saluto. Solo Leo però salutò zia, madre e cugina, Giona e Lisa rimasero indietro.
Il funerale era terminato e così la presenza terrena di Laura.
Le prime ad andarsene furono proprio le tre donne, che entrarono di nuovo nell’auto scura, che svelò meglio la sua identità nel momento in cui il conducente aveva indossato un berretto da poliziotto. Si trattava della scorta che doveva assicurarsi che la madre di Laura sarebbe rientrata in carcere senza creare problemi.
Giona notò però che la cuginetta non entrò nell’auto, ma si limitò a baciare madre e zia, poi le accompagnò con lo sguardo mentre si allontanavano.
Giuditta, questo era il suo nome, si girò verso i tre amici e iniziò a camminare. Durante il tragitto salutò alcuni ragazzi con un sorriso di cortesia senza però fermarsi.
Si fermò proprio davanti a Giona e disse, tra lo sbigottimento generale:

  • Sei tu Giona vero?

Giona trasalì.

  • Sì, sono io.
  • Allora andiamo?
  • Come?
  • Il tuo amico ha detto che mi avresti… supportata.

Leo guardò Giona sbigottito, mentre Lisa sembrava alquanto confusa.

  • Ecco, mi ha anche dato il tuo biglietto. – aggiunse Giuditta mostrando il cartoncino con su scritto nome e numero di Giona.

Leo non credeva alle sue orecchie ed ai suoi occhi, ma rimase in silenzio anche per non insospettire Laura.

  • Ok. Andiamo, allora. – disse Giona incredulo e poco convinto.

Salirono tutti e quattro sull’auto di Leo. Le due ragazze si accomodarono sui sedili posteriori.
Durante il viaggio Lisa e Giuditta parlottarono con frasi di circostanza invece Leo e Giona si scambiarono occhiate interrogative l’uno e rassicuranti l’altro.
Arrivarono a casa di Giona verso l’ora di pranzo e questi invitò Leo e Lisa a salire per mangiare un boccone. Leo intuì le intenzioni e le preoccupazioni di Giona e acconsentì, Lisa si unì senza proferir parola.
Giona preparò un piatto di pasta a testa, poi offrì altre pietanze che aveva in frigo, frutto delle passate feste.
Durante il pranzo parlarono di Laura.
Sembrava che Giuditta non avesse problemi ad affrontare l’argomento. Raccontò alcuni aneddoti con estrema freddezza.
Era una ragazza sicura di sé, dall’aria rassegnata e vissuta. Aveva uno strano modo di esprimersi. Parlava un perfetto italiano e spesso faceva delle pause durante i racconti, come se avesse bisogno di ricordare. Il suo sguardo era fulminante, né Leo né Giona riuscivano a sostenerlo a lungo.
La ragazza aveva gli occhi di un verde profondo, magnetico e Giona riconobbe il colore che aveva visto negli occhi di Laura durante il sogno della notte scorsa. Era sempre più confuso.
Ad un certo punto Leo uscì in balcone e chiese a Giona di accompagnarlo lasciando le due ragazze a chiacchierare, sembrava si trovassero bene tra loro.

  • Ma che storia è questa? La conoscevi già, Giuditta? E il biglietto? Che diamine sta succedendo adesso, Giona?
  • Calmati Leo, volevo dirtelo, ma non ne ho avuto modo… In verità avrei voluto farlo stamattina, ma c’era Lisa presente e non volevo svelare nulla che l’avrebbe potuta insospettire.
  • Ok, raccontami tutto con calma allora.
  • Ieri mattina mi è arrivata una strana telefonata. Si trattava della sorella di Marcello il ragazzo dell’incidente…
  • Cosa? – fece Leo sbarrando gli occhi.
  • Sembra che il mio misterioso “collega” abbia dato anche a lei un mio biglietto da visita, dev’essere uguale a questo. – disse mostrando quello che gli aveva dato Giuditta – Vedi? C’è il mio numero di telefono! Insomma, questa ragazza ha detto che il mio misterioso “collega”, le ha promesso che avrei dato supporto a Marcello in punto di morte e lei voleva sapere se l’avessi davvero fatto.
  • E tu che le hai risposto?
  • Le ho detto quello che era successo la sera prima.

Leo si massaggiò il mento perplesso.

  • Quindi non sa nulla di te?
  • No, non mi conosce.
  • Come fai a dirlo?
  • Beh, dalla telefonata sembrava fosse così. Praticamente ha pianto per tutta la durata della conversazione, poverina.
  • Immagino. Ma il punto è: chi sia questo fantomatico “collega” che va in giro a distribuire i tuoi biglietti da visita?
  • Già.
  • Senti, ma perché non richiami questa donna?
  • Non ne ho il coraggio, sembrava distrutta. Forse invece potremmo fare qualche domanda a Giuditta, che ne dici?
  • Non lo so, è una persona molto strana e scaltra…
  • Sì, però non credo sia coinvolta, secondo me si tratta di una spettatrice, proprio come la sorella di Marcello.
  • Sì, può darsi, ma dobbiamo essere molto cauti, io ho sempre l’impressione che qualcuno ci stia spiando…
  • È comprensibile, la situazione è davvero strana e potrebbe essere vero tutto, anche che ci stiano spiando in questo preciso momento.
  • Buonasera! – disse improvvisamente una voce proveniente da una finestra vicina.
  • Chi è? – trasalì Leo.
  • Scusate l’intrusione, ma uscendo sul terrazzo vi ho visto e ho pensato di salutarvi. – ribatté la voce.
  • Buonasera! – rispose Giona, poi a bassa voce verso di Leo: – È il mio vicino di casa, quello a cui abbiamo telefonato quando stavamo andando all’aeroporto. Come va? – chiese rialzando la voce.
  • Bene grazie. Ho installato l’antifurto, adesso mi sento più sicuro!
  • Ottimo, sono contento per lei.
  • Arrivederci e buona serata! Scusate ancora per il disturbo.
  • Grazie, buona serata anche a lei, arrivederci.

E la finestra si chiuse.

  • Che strano questo vicino!
  • Sì, è un tipo buffo, ma molto disponibile. È un po’ imbranato ma simpatico. Mi chiede spesso consigli. Ma torniamo a noi: che facciamo con Giuditta? Provo a cercare di capire se sappia qualcosa?
  • Non mi sembri in condizione di riuscire nell’impresa.
  • Che intendi dire? – chiese Giona con l’atteggiamento di un bambino sorpreso con le mani nel barattolo della marmellata.

Leo rise di gusto, poi riprese:

  • Ho notato come la guardi, sai?
  • E come la guarderei? – chiese Giona in evidente stato di imbarazzo.
  • Su, non fare finta di nulla, le sei stato con gli occhi addosso per tutto il giorno e lei, per altro, ti guarda con molto interesse.
  • Ti sbagli, io ho altro per la testa.
  • Sì, avrai pure altro, ma mi pare proprio che il fascino di Giuditta ti abbia catturato. Anche se quella ragazza secondo me nasconde qualcosa di torbido.
  • Cosa te lo fa pensare?
  • Intuito! – troncò la conversazione rientrando in casa.

Le ragazze erano sul divano e appena Leo rientrò in salone, lo guardarono accennando un sorriso.

  • Andiamo Lisa?
  • Sì andiamo, i miei mi avranno data per dispersa.

Seguirono i saluti di rito e Leo diede appuntamento a Giona per l’indomani, adesso sarebbe andato a casa a riposarsi un po’, era decisamente stanco.
Leo e Lisa sparirono per le scale buie illuminate solo da una finestra grigia come il cielo di quella pesante giornata. Ma per Giona la giornata sarebbe stata ancora molto lunga.

Erano le 15, Giona e Giuditta erano rimasti soli in casa.
Giona si stava dedicando a sistemare la cucina mentre Giuditta era seduta sul comodo divano del salone e lo osservava. Il silenzio era rotto saltuariamente dai rumori di piatti o bicchieri. Giona pensava che non sarebbe mai riuscito a gestire quella situazione. Era solo con una bellissima ragazza che non la smetteva di turbarlo, il verde acceso dei suoi occhi illuminava anche i suoi sogni, e lui ne rimaneva spesso vittima, facendosi sorprendere più di una volta a fissarla. Se ne era accorto persino Leo.
Giuditta, dalla sua postazione, poteva gustarsi la scenetta di Giona che litigava con gli avanzi del pranzo e ogni tanto cercava scuse per guardarla con la coda dell’occhio.
Ad un certo punto Giona avvertì dei risolini che la ragazza lasciava sfuggire quando l’imbarazzo di Giona aveva la meglio sulle stoviglie.
Decise quindi di rompere il silenzio cercando una frase intelligente.

  • Che ne dici di un bicchierino? – ma subito si pentì pensando che magari la ragazza non bevesse.
  • Vuoi farmi ubriacare, Giona?

A quelle parole Giona sussultò come se avesse ricevuto una frecciata in pieno petto. Provò un misto di imbarazzo ed eccitazione, che subito smorzò, come se fosse stato sorpreso da se stesso in un turpe pensiero.

  • No, volevo solo offrirti un po’ di una grappa che ho preso in Trentino, è molto buona… Ma forse tu non bevi? Sono stato un po’ avventato…

Giuditta lo guardava senza rispondere. Giona non aveva altre banalità da dire, la situazione stava precipitando. Iniziò a percepire un gran calore che gli divampava in faccia. Giuditta sorrise. La sana ingenuità di Giona iniziava a piacerle. Ma ebbe pietà di lui e ripose arco e frecce, almeno per il momento.

  • Ma certo che bevo, Giona, dai su offrimene un bicchierino.
  • Ok, la prendo subito.

Si rese conto che Giuditta inseriva il suo nome in ogni frase che gli rivolgeva, la cosa non prometteva molto bene… Oppure sì? Dipendeva dal punto di vista e Giona non sapeva quale fosse, il punto di vista corretto.

  • È offrendomi un bicchiere di grappa che mi conforterai, Giona?

Il gioco era ricominciato e la mira di Giuditta era sempre migliore. Anche questa volta aveva fatto centro al primo colpo. Giona percepì una punta di rancore nelle sue parole.
Cercò di riordinare le idee. Avrebbe forse dovuto calare le carte e dirle tutto? Oppure mangiare la foglia? Provò a pronunciare le parole che gli si affacciarono in bocca, sperando fossero quelle giuste.

  • Ti riferisci a quello che ti ha detto il mio… collega?
  • Già! – pronunciò quel “già” tra il malizioso e l’offeso.
  • Be’, in realtà quello che hai incontrato non è proprio un mio collega…
  • È il tuo capo?
  • No… cioè, non lo so… in effetti è una strana storia e magari non hai voglia di sentirla…
  • Siediti qua e raccontamela. – Giuditta richiamò l’attenzione di Giona battendo la mano sul divano come si fa con le tigri ammaestrate.

Giona fingendo disinvoltura, si accomodò, all’incirca, dove aveva suggerito la sua bella ospite, cioè molto vicino a lei e iniziò a raccontare confidando in quel poco di lucidità che gli era rimasta.

  • Qualche giorno fa ho fatto un colloquio di lavoro e mi hanno assunto, credo.
  • Credi? Ti hanno assunto o no? – la voce si fece calda.
  • Sì, diciamo di sì, ma non so bene chi sia il mio datore di lavoro.
  • Non ti sei informato prima, Giona? – si avvicinò Giuditta.
  • No, in effetti no. L’ho presa un po’ sotto gamba, comunque diciamo che ora lavoro per loro… a tempo perso si intende.
  • S’intende, certo.

Il tono della ragazza era sempre più vicino e poco, pochissimo concentrato sul concetto che Giona stava cercando di esprimere. La cosa iniziava a preoccuparlo.

  • Sì, e, dicevo, mi stanno affidando degli strani incarichi.

Si interruppe cercando la maniera giusta di esprimere il concetto senza far insospettire Giuditta, che sembrava molto scaltra e anche sempre più vicina.

  • Poverino, e ti stanchi molto? Chissà quante ragazze avrai dovuto confortare?

Giona di colpo capì dove voleva arrivare Giuditta. Ce ne era voluta, ma adesso gli era chiaro che quella non aveva per nulla preso sul serio il discorso che Giona le stava facendo, anzi, aveva frainteso la situazione credendolo una specie di gigolò, al servizio di una strana organizzazione, che lo spediva in soccorso a povere donne afflitte.
Ecco com’era la situazione! Un vero pasticcio… o forse no? Giona stava cercando di capirlo, e doveva anche far presto perché Giuditta era molto intraprendente. L’assedio stava per avere inizio!

  • Senti Giuditta…
  • Sì, Giona… – ormai la ragazza gli aveva poggiato una mano sul braccio e stava procedendo verso la spalla.
  • Forse stai fraintendendo la situazione, non credo che il mio collega con la parola “confortare“ intendesse questo tipo di conforto.
  • Ah, no? E quale tipo allora?

Giuditta sfoderò un meraviglioso sorrisetto equivoco e con la mano sinistra non la smetteva di carezzargli il braccio destro, mentre con l’altra iniziò ad avventurarsi per altre destinazioni.
Giona provò a riprendere la parola, ma la situazione era ormai al punto di non ritorno.

  • La grappa, non la vuoi più?

Non trovò di meglio che questa stupida frase per provare a distogliere Giuditta dai suoi intenti, ma si sa, la grappa non spegne il fuoco, lo alimenta.
Giuditta afferrò il bicchiere e bevve tutta la grappa in un solo sorso. Giona rimase sbalordito, la situazione si stava accendendo. Affiorò allora una figura nella sua mente, era Elena. Subito si sentì sporco. La stava tradendo prima ancora di iniziare una storia con lei. Tradire prima che il tradimento abbia un senso. Elena era distante chilometri e in fondo l’aveva vista una sola volta, invece Giuditta era lì vicino a lui, molto vicino…
Non riuscì a terminare il pensiero che Giuditta lo tirò verso di sé e lo baciò. Giona fu per un attimo accecato dal desiderio della sua bella ospite e cedette ad un bacio dal sapore molto forte, che ricordava quell’estate in Trentino. Non poté non godersi quel bacio che da giorni aveva desiderato, bramato con tanto ardore.
Come effetto collaterale, iniziò a crescere in lui un grande desiderio… e non solo quello. Giuditta non perdeva tempo, si stava già togliendo la maglia che aveva indosso. Quando terminò quell’operazione, Giona rimase estasiato dallo spettacolo che gli si presentò. La situazione gli era ormai sfuggita di mano. In breve Giuditta lo liberò dalla camicia e dalla maglia, lasciandolo a petto nudo. Giona rabbrividì a causa di un improvviso colpo d’aria fredda. Un’aria particolare che gli lasciò addosso un freddo persistente che contrastava il calore del corpo di Giuditta sulla sua pelle.
Quell’aria fin troppo fresca, gli arrivò in testa e parve intrufolarglisi nel cervello dove si mise ad attivare alcuni neuroni, producendo un pensiero. Quella fresca ventata dovette farsi largo attraverso una tempesta ormonale come da tempo non se ne vedevano in quei paraggi, ma alla fine toccò i nervi giusti e Giona capì meglio cosa stesse succedendo.
Giuditta aveva accettato la proposta indecente, come se fosse per lei un fatto consueto. All’improvviso si sentì lui stesso l’oggetto del conforto.
Non voleva starci, non a quelle condizioni, ma ormai era in balia della maestria di quella ragazza.
Lottò molto contro i dolci baci di lei e il suo morbido e caldo corpo che ormai non era più coperto se non da un esiguo paio di slip colorati di rosso, come il fuoco e la passione ardente.
La situazione era ormai al limite e il crollo era imminente, l’assediante stava per conquistare l’ultimo vessillo.
Ma in extremis si insinuò in lui un sentimento inatteso ma latente.
Amore, amore sincero per quella sconosciuta in cerca di conforto e distrazione da quello che le era capitato in quei giorni. Fu proprio questo che lo convinse che la situazione non era quella che sembrava. In realtà si stava approfittando di una ragazza che spesso, almeno così aveva dedotto, si prestava a questo tipo di rapporti con estranei o amici al fine di poterli gestire e quindi potersi difendere da loro.
Sapeva come fosse estremamente sbagliato e pericoloso. Certo, quella ragazza gli piaceva, e anche molto, ma in fondo non era certo che lei stesse lì perché attratta da lui, anzi, probabilmente si trattava di tutt’altro e a Giona non piaceva per niente l’idea di farsi una sveltina, anche se…
Giuditta era in dirittura d’arrivo con i preliminari e stava per iniziare a fare sul serio.
La sua mano si avvicinava lentamente ma inesorabilmente al desiderio di Giona. Ma a pochi centimetri dalla sua meta, venne bloccata in maniera ferrea da Giona stesso, che le bloccò il polso con la sua mano.
Quella non si scompose e con l’altra mano cercò, dolcemente, di liberarsi. Benché molto tentato ad assecondarla, Giona tenne duro e allargò il braccio di Giuditta fino a portarselo dietro al collo, quindi l’abbracciò dolcemente, intuendo che non sarebbero servite parole. La baciò sulla fronte e poi la tenne stretta.
La ragazza, dapprima incredula, poi cedette alla scelta di Giona e gli si raggomitolò in grembo.
Giona provò un senso materno nei suoi confronti.
Adesso era soddisfatto. La baciò di nuovo sulla testa e lei iniziò a piangere silenziosamente. Giona la guardò e non poté fare a meno di provare per lei profonda pietà e amore incondizionato.
Rimasero abbracciati a lungo, finché Giuditta non si addormentò. Giona allora la coprì con una coperta e continuò a mettere a posto la cucina, badando bene di non fare alcun rumore.

La giornata era ormai agli sgoccioli e Giuditta non accennava a svegliarsi. Doveva essere molto stanca. Giona allora decise di andare a dormire. Si infilò nel letto cercando di sgombrare la mente dall’accaduto per riposare un po’.
Non riusciva a prendere sonno e la tentazione di tornare sul luogo del desiderio in lui era molto forte. Ma non era certo che Giuditta lo avrebbe accolto come in precedenza.
Allontanò da lui quel pensiero che giudicò meschino.
Provò a rilassarsi, ma non riusciva a prendere sonno. Gli occhi di lei lo tormentavano.
Allora si sedette sul letto e pensò a qualcosa da fare fintantoché non gli fosse sbollita l’eccitazione.
Per un attimo gli balenò in mente l’idea di soddisfare da sé le sue voglie, ma riuscì ad allontanarla.
Accese allora il computer. Appena il sistema fu pronto, entrò nella casella email.
Trovò un messaggio di Elena. La sua bella gli aveva scritto!
Subito tornò il buon umore e iniziò a fantasticare.
Tutte le strane idee svanirono di colpo e iniziò a farsi largo in lui un pensiero più confortante, quello di leggere una lettera del suo amore, della persona che avrebbe condiviso con lui tanti momenti felici, da lì a poco.
Iniziò a leggere:

Caro Giona,
Sono felice di essere tornata a casa, sto molto meglio ora, ho ritrovato i vecchi amici che si sono dimostrati molto tolleranti. Nessuno accenna alla pazzia che ho fatto. Seguire un estraneo in terra straniera!
Ma cosa mi era saltato in mente?
Sai, ho rincontrato anche un mio vecchio amico, anzi più di un amico…
Mi ha ricordato quello che mi ero lasciata alle spalle.
Marco, questo è il suo nome, mi accolto da vero gentiluomo, un po’ come hai fatto tu.
Ti sono ancora molto grata per quello che hai fatto per me, tu non te ne rendi nemmeno conto, ma mi hai salvata.
Infatti ero partita non solo per seguire un uomo, ma anche per cercare una donna, quella che sono io. In questi giorni ho molto riflettuto e sono arrivata alla conclusione che tu sei stato un segno della provvidenza, un aiuto che mi è stato mandato dal cielo.
Non sai nemmeno lontanamente il bene che mi hai fatto. Mi hai fatto tornare in me, ora, finalmente, sono quella Elena che avrei sempre dovuto essere.
È per questo che ti ringrazio e che ti ringrazierò per tutta la vita, perché mi hai restituita a questo mondo con il tuo gesto semplice ma galante. Mi hai di nuovo fatto sentire importante, mi hai fatto sentire viva.
So che tra noi avrebbe potuto nascere una storia, ma non so come sarebbe andata. Magari bene oppure no, non lo so ma non voglio scoprirlo.
Scusami tanto caro Giona, ma voglio ricordarti così come ti ho visto a Parigi, una angelo che è sceso ad aiutarmi per restituirmi alla vita.
Scusami ancora, ma adesso sono felice ed è grazie a te che lo sono, non avercela con me.
Ricordami sempre.

Addio e grazie, caro Giona

 

Rilesse almeno tre volte quel messaggio per vedere di trovare una falla nel muro che Elena aveva innalzato. Ma nulla, i mattoni erano tutti perfettamente al loro posto.
Ma forse aveva ragione lei, forse la storia tra loro due andava vissuta platonicamente.
Però che rabbia! Avrebbe dovuto rincontrarla subito, non doveva perdere tempo. Rimandare a dopo le feste!
Che senso aveva avuto, se non quello di perdere il grande amore della sua vita?
Disdetta, grande disdetta!
Intanto Giuditta era ancora di là che dormiva sul divano, seminuda, sotto una coperta.
Si buttò a letto e iniziò a pensare e ripensare, ma alla fine, stremato, si addormentò.

Vagando con lo sguardo da un capo all’altro di piazza della Concordia, vide un uomo in lontananza che gli si avvicinava con calma e lo salutava. Chi fosse non gli era chiaro. Si voltò e vide Laura poco distante che parlottava con un ragazzo. Si trattava di Marcello.
Intanto dall’altro lato della piazza l’uomo continuava ad avvicinarsi, ma era ancora troppo lontano affinché Giona potesse distinguerlo.
Laura di tanto in tanto si girava verso di lui e aveva gli occhi splendenti, ma non verdi. Gli sorrideva. Anche Marcello si girava verso di lui quando lo faceva Laura, anche lui sorridendo.
L’uomo in lontananza si fermò e Giona iniziò a provare un senso di timore, di paura. Gli sembrava di essere in un luogo diverso dal solito. Cercò allora di avvicinarsi a quell’uomo, ma questi gli mostrò una mano aperta come a fermarlo.
Sentì allora un’altra mano poggiarglisi sulla spalla, si voltò e vide che Laura e Marcello erano dietro di lui. Gli dissero qualcosa, ma lui non comprendeva le parole.
Poi Laura gli indicò tre bare bianche, due erano occupate la terza era vuota. Giona si avvicinò lasciandosi Laura e Marcello alle spalle. Si sporse per vedere chi ci fosse nelle bare e sussultò a vedere nelle prime due i corpi sorridenti ma senza vita di Laura e Marcello. Si voltò e vide ancora l’uomo in lontananza. Quindi tornò lentamente alla terza bara e fece per guardarvi dentro, ma la bara iniziò a spostarsi sempre più velocemente allontanandosi da lui.
Giona aveva i piedi inchiodati a terra e non poteva muoversi. Si girò di nuovo verso l’uomo e stavolta vide accanto a lui Elena. Lo salutava triste. Giona provò a correre verso di lei, ma non poteva. I piedi erano saldati a terra. Allungò una mano disperatamente e iniziò a piangere. Elena e l’uomo si voltarono e iniziarono a camminare.
Giona li fissò ormai rassegnato, ma prima che sparissero in lontananza, notò qualcosa di familiare. La camminata dell’uomo, da dietro, gli ricordò qualcuno, qualcuno che conosceva bene… ma certo era…

Si svegliò di soprassalto perché la sveglia aveva iniziato a suonare.

Fine ottavo episodio
Prossima puntata: Episodio 9 “Il faro”
Puntate precedenti:

Illustrazioni di Maria Cipolla

2012 – Le liste bianche
di Iacopo Bellavia
Licenza Creative Commons
Quest’ opera è distribuita con licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Condividi allo stesso modo 3.0 Italia

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