2012 Le liste bianche – Il faro, ep. 9

6 aprile 2013 | commenti: 0

Il faro - Ep. 9 - 2012 le liste bianche, romanzo on line di Iacopo Bellavia | lofaccioincasa.it/

lunedì 31 dicembre 2012

Chi diamine aveva messo la sveglia alle 8 del mattino? Se lo domandò mentre saltava giù dal letto per spegnerla. Cadde inciampando nello scendiletto che invece di stare ben disteso sul pavimento era ammucchiato.
Arrivò alla sveglia dopo essersi rialzato e, dolorante per una botta presa al ginocchio, riuscì a porre fine a quel suono fastidiosissimo.
Fece mente locale e ricordò vagamente il sogno appena fatto. La mente volò subito alla lettera di Elena. Si insinuò in lui una gran tristezza.
Si arrese e andò in cucina per fare colazione.
Si ricordò allora di Giuditta che forse era ancora sul divano a dormire. Ma Giuditta non c’era. In un primo momento pensò che fosse in bagno, ma poi notò un bigliettino sul tavolo della cucina. Anzi due.
Uno in realtà era un tovagliolo di carta che Giuditta aveva utilizzato per lasciargli un messaggio.

“Grazie Giona, non ti dimenticherò mai.
Ma mi ero dimenticata di darti questo biglietto da parte del tuo collega.
Uscendo ho pensato di metterti la sveglia sul cellulare, così avrai potuto dormire un altro po’.

Addio e grazie infinite, sei un vero gentiluomo.”

E due. Due ragazze che lo consideravano un gentiluomo, ma nulla di più.
Be’, magari Giuditta avrebbe potuto cambiare idea… lasciò andare quel pensiero con una certa rassegnazione. Afferrò invece il biglietto sospirando.
Era un nuovo messaggio della Mario Rossi & co. Diceva: “Alle 9 sotto casa”.
“Chissà chi troverò ad attendermi?” pensò sarcasticamente Giona. Accelerò i preparativi ed alle nove in punto uscì dal portone.
Trovò ad attenderlo niente meno che il suo fidato compagno Leo, con il motore acceso per giunta.

Entrò in macchina accennando un saluto con la mano. Non guardò Leo perché sapeva che cosa gli avrebbe chiesto. Leo lo guardava sorridendo maliziosamente.

  • Allora? Com’è andata? – il sorriso gli toccava quasi le orecchie.
  • Per favore, Leo.
  • No, no, voglio sapere tutto! Com’è andata?
  • Non è andata, semplicemente. Non ho voluto approfittare di lei.

Leo trasformò il suo sorrisetto da malizioso in soddisfatto.

  • Lo sapevo che eri un gentiluomo…
  • Pure tu?
  • Pure io, cosa? – fece Leo preso alla sprovvista.
  • Niente, niente. – dopo un attimo di silenzio riprese – Elena mi ha dato il ben servito!
  • Davvero?
  • Sì, ha scritto che mi è molto grata per averla salvata ed ora è felice nelle braccia del suo ex. L’uomo della sua vita.
  • Ma dai? E tu che le hai risposto?
  • Ancora nulla, magari le risponderò in seguito, ora non ne ho voglia. Piuttosto, hai ricevuto anche tu istruzioni sul da farsi?
  • Sì, andiamo all’aeroporto!
  • Che aeroporto?
  • Non hai ricevuto pure tu il biglietto?
  • Sì, ma il mio diceva solo di scendere da casa alle 9.
  • Il mio era più completo – disse Leo sfoggiando un sorrisetto soddisfatto.
  • Davvero? E cosa dice?
  • Di recarci all’aeroporto dove troveremo delle prenotazioni ad attenderci.
  • Ma per andare dove?
  • In Svezia!
  • Cosa? In Svezia?
  • Sì, non sei eccitato?
  • No, per niente, che ci andiamo a fare, in Svezia?
  • Non lo so, ma stavolta, pare che verrò anch’io! Ho già avvertito i miei che andrò a fare un viaggetto.
  • Io non ho avvertito nessuno!
  • Fallo allora!

Durante il tragitto Giona chiamò i suoi per spiegargli che a Capodanno non sarebbe stato dei loro. Fu dura convincerli che sarebbe partito con Leo che gli aveva organizzato un viaggio a sorpresa in Svezia.
La situazione era così assurda che iniziò a piacergli.

Arrivati all’aeroporto, seguirono le istruzioni contenute nel foglietto di Leo e si imbarcarono. Il volo fu tranquillo. Arrivarono all’aeroporto di Goteborg dove trovarono l’immancabile autista che attirò la loro attenzione tenendo in bella vista un cartello con i loro nomi.
Fecero un viaggio piuttosto lungo per arrivare nei pressi di Daman dove c’era un meraviglioso faro trasformato in albergo. Durante il viaggio, certi che il tassista non capisse nulla di italiano, cercarono di fare mente locale per vedere di capirci qualcosa almeno loro.
Inizialmente Giona raccontò a Leo, per filo e per segno, cosa era successo la sera prima. Quando fu in procinto di raccontare i particolari più scottanti lanciò un’occhiata all’autista per essere certo che non origliasse. Sapeva che quello non capiva nulla di ciò che si stavano dicendo, però gli sembrava comunque strano parlare di cose private di fronte ad uno sconosciuto.
Eppure a Giona sembrò che ogni tanto il guidatore tentasse di origliare. Magari era solo un’impressione, ma avrebbe giurato che un certo interesse per i loro discorsi in realtà l’avesse.
Dopo che ebbe messo in chiaro questi fatti, iniziò a parlare degli strani sogni che stava facendo. Leo, in un primo momento, li reputò semplicemente frutto della frustrazione di quel periodo, anche se la ricorrenza della bara vuota lo lasciò alquanto perplesso.

  • Chissà che dobbiamo fare stavolta? – disse Leo in preda ad una crescente eccitazione – E poi, proprio il giorno di capodanno, non ti sembra strano?
  • Certo che mi sembra strano, ci mancherebbe!
  • E se si trattasse solo di una vacanza premio?
  • Per premiarci di cosa?
  • Be’, stando ai tuoi sogni, sembra che Laura e Marcello ti siano grati.
  • Già, ma sono solo dei sogni, non significano nulla.
  • Tu ne sei convinto?
  • Leo, ma che stai dicendo? Vuoi farmi credere che li ritieni davvero dei contatti con l’aldilà?
  • Non so… potrebbe darsi…
  • Se fossero davvero contatti con un’altra realtà, allora come interpreteresti l’uomo che non ho fatto in tempo a riconoscere? E poi quella inquietante bara bianca?
  • Forse l’uomo è Mario Rossi o forse è il nuovo amico di Elena che il tuo subconscio ha personificato. – a quelle parole una freccia penetrò nel cuore di Giona.
  • Potrebbe anche darsi, ma ad un certo punto mi è parso di poterlo riconoscere, se solo avessi dormito un po’ di più… e la bara? A cosa la colleghi?
  • Be’, essendoci stati dei lutti, mi pare scontato.
  • Eh no! Le bare di Laura e Marcello c’erano nel secondo sogno e loro vi erano dentro. Invece la terza bara era vuota o comunque non sono riuscito a vedere se ci fosse qualcuno dentro.
  • Dici che forse è in arrivo una nuova tragedia?
  • Potrebbe anche darsi.
  • Speriamo di no. Già queste due morti mi hanno segnato, non so se riuscirei a sopportarne una terza.
  • Non è detto che si tratti di una nuova tragedia, dai! Forse siamo stati portati qui per un’altra ragione.
  • A me questa storia inizia un po’ a pesare, sia fisicamente che moralmente.
  • Sù, dai, prendiamola così come viene, per ora siamo ospiti di Mario Rossi presso… che c’è scritto sul depliant che ti ha dato l’autista?
  • Faro di Daman, mi pare di capire… ma è scritto in svedese, quindi non ne sono certo.
  • Dal nome sembrerebbe un posto inquietante, ma dalle fotografie, sembra tranquillo.

Arrivarono nel tardo pomeriggio a destinazione. Il posto era davvero splendido.
Dovettero attendere che l’imbarcazione guidata dal titolare dell’albergo li venisse a prendere sulla costa per poter concludere il viaggio fino al faro via mare.
Alla reception c’era un simpatico svedese che li registrò e poi li condusse nella loro stanza.
Dopo aver mostrato ai due amici i servizi disponibili, il loro ospite li lasciò avvertendoli che la cena sarebbe stata servita di lì a poco. Dedussero che avevano giusto mezz’ora di tempo per sistemarsi.
Quella giornata così stancante si sarebbe conclusa con il cenone di fine anno dentro ad un antico faro trasformato in albergo. Nulla di più emozionante!

Quando arrivarono nella sala da pranzo trovarono un ambiente molto accogliente, con tavoli perfettamente apparecchiati e i camerieri pronti a servire. Furono fatti accomodare ad un tavolo per due, in mezzo ad altri tavoli in cui sedevano delle coppie piuttosto mature. Erano tutti seri e silenziosi, ma molto rilassati. Giona e Leo salutarono i commensali con dei cenni visto che non conoscevano la lingua locale.
C’era solo una persona che sembrava pensierosa e un po’ estranea alla situazione. Era il vicino di spalle di Giona. Un uomo dai caratteri mediterranei, molto serio e sulle sue. Sedeva al tavolo con una donna.

La cena iniziò e andò avanti a base di manicaretti di cui spesso, né Leo né Giona, riuscivano a capirne la composizione, però erano deliziosi. Arrivarono al dolce quando ormai erano le 23 e mancava poco al cambio di anno: il tanto temuto 2012 stava per finire.
Per ingannare il tempo, visto che ormai la cena era terminata, ripresero a parlare della loro condizione di inviati speciali in terra straniera all’oscuro del motivo della loro visita.
Giona, dopo aver rimembrato la serata passata con Giuditta, incentrò molto il discorso su Laura, un argomento doloroso, ma aveva notato che Leo non sembrava più così scosso come qualche giorno prima.

  • Sai, sembra che l’aver ritrovato Laura e averla di nuovo persa non ti abbia scosso più di tanto.
  • Che intendi dire?
  • Be’ credevo che questo episodio ti avrebbe causato, diciamo così, un malumore più persistente, invece adesso sembri quasi rilassato. Questo mi dà da pensare e avverto che c’è qualcosa dietro che non mi hai detto.
  • A cosa ti riferisci?
  • Stai per caso cercando di sviare il discorso rispondendo con delle domande alle mie domande?
  • No, figurati… – Leo arrossì confermando le insinuazioni di Giona.
  • Leo, guardami in faccia! Cosa sta succedendo?
  • E va bene, te lo dirò.
  • Sono tutto orecchi.
  • Quando ho rivisto Laura, come ti ho già detto, ho rivissuto di colpo una parte della mia vita che credevo morta e sepolta, ma che mi aveva lasciato un segno evidente. Dopo quegli episodi così cruenti, avevo considerato Laura morta nella mia mente – seguì una pausa in cui Leo mandò giù un sorso di vino – L’ho fatto perché non riuscivo a spiegarmi il fatto che non si fosse fatta più viva, e questo mi turbava molto. Non ho mai capito perché lei non abbia mai pensato a richiamarmi, nemmeno dopo che erano stati rimossi gli ostacoli al nostro rapporto.
  • Nemmeno tu l’hai fatto.
  • Non l’ho fatto perché il solo ripensare a lei, alle botte prese da suo padre, all’assassinio e all’ultima volta che la vidi, mi faceva stare male – fece una pausa, poi riprese – Prima di morire, mi ha spiegato il perché di questo suo comportamento. Inizialmente non si fece più viva per la vergogna di essere la figlia di un’assassina. Aveva paura che anch’io venissi emarginato come stava succedendo a lei. In seguito si rifugiò nella droga per dimenticare e la sua mente, pian piano, si offuscava e alla fine mi dimenticò.
  • Terribile…
  • Già… Queste cose me le ha dette sul letto dell’ospedale durante alcuni momenti di lucidità, pochi a dire il vero. E in quei momenti mi ha spiegato tutto quello che ti ho raccontato. La “mia” Laura era morta quel giorno insieme a suo padre e alla carcerazione di sua madre.
  • Che storia triste.
  • Ma non finisce qua. Suo zio ha cercato disperatamente di farle da padre, ma senza mai riuscirvi. Si ammalò gravemente nel tentativo di recuperarla. La seguiva quando usciva, interveniva per portarla via quando lei cercava la sua dose quotidiana… insomma, una situazione terribile. Per stare dietro a Laura iniziò a trascurare sempre più la moglie e Giuditta, la quale iniziò a cercare la figura del padre in altre persone più grandi di lei. Anche per lei è stata molto dura.
  • Capisco.
  • Queste cose me le raccontò proprio nei giorni d’ospedale, anche se devo dire che una buona parte l’ho dedotta io stesso perché aveva serie difficoltà anche ad esprimersi, era ormai consumata dalla droga.

Giona sobbalzò come se fosse stato bruscamente svegliato da uno stato di torpore. Il suo vicino di spalle, alzandosi, lo aveva urtato con la sedia.

  • Chiedo scusa. – disse l’uomo in italiano perfetto.
  • Prego. – rispose Giona interdetto perché non si aspettava di incontrare un altro italiano in quel posto.

Poi si rivolse a Leo e disse:

  • Mi sa che è italiano!
  • Credo anch’io. – disse Leo osservandolo mentre usciva dalla sala.

Poi Leo riprese:

  • Durante quei giorni però è successa una cosa molto particolare.
  • Sì, ti ascolto.
  • Ho incontrato Lisa e le ho dovuto raccontare parte dell’accaduto, come ti dissi.
  • Sì, ricordo.
  • Bene, lei deve aver notato qualcosa… diciamo quello che hai notato pure tu.

Giona annuì anche se non era sicuro di aver capito di cosa parlasse Leo. Il quale riprese:

  • Ha iniziato a starmi vicina in quei giorni, sempre in un angolo, ma sempre presente. Una presenza che all’inizio ho trovato un po’ invadente, poi invece confortante.
  • Davvero?
  • Sì. E poi… ci siamo baciati!
  • Davvero? – disse Giona stupito.
  • Sì, è così. Non fraintendermi, non è che stiamo insieme, direi piuttosto che si è trattata di una cosa improvvisa, una specie di attrazione estemporanea. Non ti so dire con precisione…

Si interruppe bruscamente. Giona assunse uno sguardo interrogativo: non capiva perché Leo si fosse interrotto.

  • Giona, girati, mi sa che vuole te. – disse Leo indicando fuori dell’ampia vetrata.
  • Come? Chi mi vuole? – disse Giona voltandosi.

Una volta giratosi, guardando attraverso la finestra della sala, vide il suo vicino di tavolo che se ne stava sul molo cercando di attirare la sua attenzione. Giona tornò a guardare Leo con espressione interrogativa. Leo gli confermò che i gesti dell’uomo erano inequivocabilmente rivolti a lui. Allora Giona, alla ricerca di spiegazioni si voltò automaticamente verso il tavolo dove sedeva quella che, presumibilmente, avrebbe dovuto essere la compagna dell’uomo. La donna lo guardava impassibile. Giona fu turbato dallo sguardo profondo di quella signora di mezza età. Poi si alzò per raggiungere l’uomo all’esterno della sala.

L’uomo passeggiava per non congelarsi e sembrava visibilmente turbato. Giona gli si avvicinò interrogativo e quando fu a pochi passi disse:

  • Salve. Mi stava chiamando?
  • Sì. Io sono Mario Rossi. – e gli porse la mano.

Giona ebbe un giramento di testa e per poco non cadde a terra. Leo, che stava controllando dal tavolo, si alzò visibilmente preoccupato per correre in soccorso dell’amico. Ma fu bloccato dalla donna del tavolo accanto che gli afferrò il braccio e gli fece cenno di tornare a sedersi. Leo la guardò quasi con aria di sfida, ma poi si rassicurò quando vide che Giona si era rialzato.

  • Quindi lei è Mario Rossi?
  • Sì sono io. E vorrei sapere chi è lei, signor Giona Demichelis. Non mi fraintenda, non rivoglio indietro i soldi che le ho versato sul conto, però, credo di avere diritto ad una spiegazione.
  • Ma di cosa sta parlando?
  • Senta, siamo due persone ragionevoli, almeno credo da quello che ho sentito a tavola, quindi direi che possiamo spiegarci, non crede? Perché è qui? Chi è lei? Perché mi ha seguito, solo per girarmi il coltello nella piaga?
  • Ci stava origliando?
  • Origliando? Non ce n’è stato bisogno, il suo amico ha una voce piuttosto squillante non trova? Del resto, non era quello che voleva, farsi notare? Allora, mi dica chi è lei e perché mi sta rovinando la vacanza?
  • Io le starei rovinando la vacanza? Senta, ma mi prende per stupido? Dopo avermi drogato, spedito in giro per l’Europa, avermi fatto assistere a tragedie di cui mi porterò appresso il ricordo chissà per quanto, ha anche il coraggio di dire che io, le sto rovinando la vacanza? Mi ci ha portato lei qui!
  • Sentendola dire queste cose, credo che ci sia un enorme equivoco – disse l’uomo apparentemente confuso.
  • Cioè?
  • Allora, mi permetta alcune domande, così riuscirò a venire a capo della situazione, perché lei ha tirato fuori degli argomenti che io ignoro completamente, ma da come li sta riportando, credo che lei sia sincero.
  • Ma certo che lo sono!
  • Non si alteri, la prego, siamo entrambi sulla stessa barca, le assicuro.

Il tizio sembrava sapere il fatto suo e aveva intuito che c’era qualcosa di strano, perché aveva cambiato espressione e tono della voce. Sembrava poter gestire la cosa. Giona acconsentì alla sua richiesta.

  • Mi faccia queste domande allora.
  • Lei lavora per una organizzazione segreta o qualcosa del genere?
  • Non saprei… – disse Giona colpito in pieno. – In effetti sì, lavoro, almeno credo, per un’associazione che nemmeno io conosco bene.
  • Quindi lei non conosce la persona che mi ha chiesto di fare quel bonifico?
  • No – rispose Giona secco.
  • Immaginavo. Le sue riposte sono chiare, lei è solo un fantoccio in mano a qualcun altro.
  • Ehi, piano con le parole.
  • Scusi, ma non saprei come altro definirla, non me ne abbia.
  • Adesso che sa chi sono io, posso sapere chi è lei? Deduco che non è il mio datore di lavoro, vero?
  • No, infatti – fece una pausa come a raccogliere le idee, poi continuò – Io sono l’amante di Giuditta.

Giona trasalì e balbettò qualcosa come per discolparsi.

  • No, no, non mi deve spiegazioni, in effetti io ero l’amante di quella ragazza, ma la storia è finita.
  • Davvero?
  • Sì, è finita e ci ho messo una pietra sopra. Si è trattato di una svista per una studentessa molto bella e seducente, cose che capitano.
  • Ma non dovrebbero.
  • Senta, non siamo tutti virtuosi come lei…
  • Cazzate! – commentò Giona pensando alla signora che era seduta al tavolo con Mario Rossi.
  • Va bene, tralasciamo questo aspetto. Come dicevo la storia è finita perché entrambi ci siamo resi conto che non poteva funzionare avevamo età troppo differenti. Ma l’epilogo mi ha lasciato un po’ perplesso.
  • Cioè?
  • Si tratta di un suo collega, o un superiore, almeno credo, fatto sta che un giorno un uomo si presenta nel mio ufficio e mi consegna un biglietto con le sue coordinate bancarie e quelle del suo amico. Mi dice di versare 1.500 euro a lei e seimila al dottor Leonardo e poi mi intima di troncare la storia con Giuditta. Sulle prime gli rispondo che quella storia è già chiusa, ma lui ne vuole essere certo e mi chiede di giurarglielo! Lo accontento, anche perché si trattava di una persona piuttosto grossa e ben piazzata, capisce che intendo?
  • Non proprio, io non lo conosco.
  • Sì, già, lei non lo conosce. Fatto sta che ho accettato le sue condizioni e, come saprà, ho fatto i due bonifici. Mi assicurò che quei soldi sarebbero finiti in buone mani e sarebbero serviti per una buona causa. Gli risi in faccia, so bene che si trattava di un ricatto e che quella era solo la prima rata.
  • Un ricatto? Come fa a dirlo?
  • L’ho supposto. In realtà credevo che lei fosse qui per chiedermi la seconda rata.

Giona lo guardò fisso negli occhi per qualche secondo, poi scoppiò in una risata isterica e liberatoria che durò diversi istanti.

  • Ride?
  • Sì, rido! – e continuò ancora per qualche istante. Quando infine si fu calmato riprese confusamente. – Senta, io non sapevo nulla della sua storia con Giuditta, per altro l’ho conosciuta in occasione del funerale di Laura, sua cugina, e… e poi sono affari miei, anche se credo che lei abbia origliato abbastanza per sapere l’esito di quella serata… comunque non credo la rivedrò mai più quindi anche questo aspetto non ha più senso per me, devo concentrarmi su altro. Ma quello che volevo dire è che io non ne so nulla del mio presunto collega grande, grosso e minaccioso, io so solo che ho ricevuto un bonifico da lei che credevo fosse il capo dell’organizzazione che mi ha assunto. Non è così, bene, anzi male, ad un certo punto ho sperato che stasera avrei risolto questo mistero, ma comunque fa nulla, le restituirò i 1.500 euro e per me la storia finirà qui.
  • No, li tenga quei soldi.
  • Come, non li rivuole indietro?
  • No, sa, c’era qualcosa di strano in quell’uomo. Non so ben dire eppure io sono abituato a scrutare la gente, ma quell’uomo era impenetrabile. Era come se mi parlasse di spalle, non so se rendo l’idea. – Giona alzò le sopracciglia. Di spalle? – ma quando mi ha detto che quei soldi sarebbero serviti per una buona causa… gli ho creduto.
  • Cos’è? L’ha ipnotizzata per caso?
  • Non credo, conosco queste tecniche, e posso dire che non sono stato ipnotizzato, era qualcos’altro. Ma fatto sta che gli ho creduto e gli credo ancora, tenete voi quei soldi, del resto a me non fanno una gran differenza…
  • Beato lei…
  • Bene, visto che abbiamo almeno sistemato la questione tra noi due, mi permetta di offrire a lei ed al suo amico un buon whisky, sa in questo posto ne hanno una varietà decisamente notevole.

Mise un braccio sulle spalle di Giona, come fossero vecchi amici e si avviarono verso la sala ristorante del faro.

  • Provate questo, è davvero ottimo!

Mario Rossi versò nei bicchieri dei nuovi compagni di soggiorno una bella dose di un particolare whisky che nessuno dei due aveva mai assaggiato prima. Già dal primo sorso capirono che il loro amico se ne intendeva di spiriti.
La signora Rossi, o chiunque fosse, invece non aprì bocca. Si limitò a bere e a scrutare i due amici con sguardo serio.

Bevvero ininterrottamente finché furono completamente sbronzi. Interruppero la degustazione di whisky solo per brindare al nuovo anno, insieme agli altri ospiti del faro, poi ricominciarono a dedicarsi ai superalcolici.

Ad un certo punto la notte li inghiottì.

Giona non vedeva chiaramente cosa fosse la figura che si avvicinava lentamente. Era grossa, ben piazzata, ma era nell’ombra. Tese una mano per cercare un appiglio e alzarsi, ma nulla da fare, non ce la faceva. La sagoma era ormai molto vicina e gli parlò. Ma come succedeva ormai da qualche giorno, anzi notte, Giona non era capace di intendere cosa gli dicessero le varie figure che avevano preso a popolare i suoi tormentati sogni. Si avvicinarono poi altri due personaggi, questi sì che li riconosceva, erano Laura e Marcello. Elena non c’era. Era andata via con quell’uomo di spalle. Laura si avvicinò e si chinò su di lui. Lo baciò sulla fronte e gli sussurrò in un orecchio “Abbi cura di te”. Questa fu l’unica frase che intese e comprese. Sussurrata all’orecchio, come se dovesse capirla per forza. Poi, Marcello e Laura continuarono a parlargli ma lui benché li sentisse, non capiva cosa dicessero. I due erano al lato della grande figura scura che ad un certo punto venne illuminata da una luce accecante e Giona la riconobbe! Era…

  • Giona, dai alzati! – la voce di Leo era squillante.
  • Ehi, che succede? – protestò Giona.
  • È ora di andare, ormai hai dormito abbastanza, non credi? A me ancora gira la testa per la sbornia di ieri.
  • Ma che ore sono?
  • È ora di pranzo, è per questo che ti sto svegliando. Chissà che leccornie ci offriranno! Stando a quello che abbiamo mangiato ieri sera, credo che saranno delle vere squisitezze… non credevo che gli svedesi sapessero cucinare così bene.
  • Ma quanto abbiamo dormito?
  • Credo una decina d’ore. Ma non ricordi nulla?
  • No.
  • Meglio così – e si fece una bella risata – Quando hai iniziato a cantare è stato divertente ma a pensarci bene credo sia stato anche imbarazzante. A pranzo ci guarderanno tutti per storto, “i soliti italiani” diranno – e scoppiò di nuovo a ridere.
  • Che vuoi dire, che ieri sera mi sono messo a cantare davanti a tutti?
  • Altro che! Hai cantato a squarciagola insieme a Mario Rossi. A proposito, – si fece serio – avete risolto qualcosa? Ieri quando siete tornati dalla vostra chiacchierata mi hai fatto giusto un cenno e credo di aver capito che fosse tutto a posto, ma adesso voglio sapere chi è quello, è il nostro capo? – pronunciò quest’ultima frase con una punta di eccitazione.
  • No, non lo è. È solo l’ex amante di Giuditta.
  • Cosa? L’amante di chi?
  • Di Giuditta!
  • Ma che significa?
  • A saperlo!
  • Quindi non è il nostro capo?
  • No, è solo uno dei tanti personaggi che girano intorno alle nostre “avventure”. In particolare è stato l’amante di Giuditta e il nostro “misterioso collega” l’ha convinto a versare sui nostri conti bancari i soldi di cui sai per una “giusta causa” che, né io né lui, sappiamo ancora quale sia. Tu hai qualche idea in proposito?
  • E non ha rivoluto i soldi indietro? – chiese Leo ignorando l’ultima domanda.
  • No, ha detto che Mister Mistero era sincero, secondo lui, quando gli ha detto che sarebbero serviti per un giusto scopo – intanto si era alzato e si stava vestendo.
  • E gli ha creduto?
  • Pare di sì. Non ho ben capito ma ‘sto Mario Rossi mi sa tanto che è uno di quelli che fanno il lavaggio del cervello alla gente. Comunque dice che a lui basta uno sguardo ed ha già inquadrato la persona che gli sta davanti.
  • Quindi è uno tosto!
  • Credo di sì, ma sinceramente non mi importa. Credo che ieri ci abbia fatto ubriacare per tirarci fuori delle altre informazioni, ma tanto, visto che non ne abbiamo, ha solo perso tempo e speso chissà quanto per offrirci quelle consumazioni. A proposito: hai sentito che roba? Mai assaggiato whisky migliori di quelli.
  • Eh, sì, erano davvero buoni… ma senti – aggiunse pensieroso Leo – tu sei tranquillo?
  • Cosa intendi con “tranquillo”?
  • Intendo che forse Mario Rossi era veramente il nostro capo ma ha voluto metterci alla prova.
  • Uhm, non ci avevo pensato, sì può darsi. Ma se così fosse lo scopriremo a tavola fra poco.

Si avviarono di nuovo nella splendida sala ristorante.

Appena arrivarono trovarono una sorpresa: i due compagni di sbornie, il signor Rossi e la signora serietà erano ripartiti. Al loro posto c’erano due scandinavi con le guance rosse che li guardavano quasi con disprezzo.
Giona rimase perplesso, anzi, disorientato. Non si aspettava questa assenza. Guardò Leo e notò che era serio e distratto, come fosse immerso in pensieri esclusivamente suoi.
Chiesero al titolare dove fossero finiti i loro amici, ma questo disse solo che erano partiti.
Si dedicarono al pranzo, quindi fecero i bagagli e se ne tornarono a casa.

Fine nono episodio
Prossima puntata: Episodio 10 “Calma piatta apparente”
Puntate precedenti:

Illustrazioni di Maria Cipolla

2012 – Le liste bianche
di Iacopo Bellavia
Licenza Creative Commons
Quest’ opera è distribuita con licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Condividi allo stesso modo 3.0 Italia

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