2012 Le liste bianche – Calma piatta apparente, ep. 10

20 maggio 2013 | commenti: 0

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2 gennaio 2013

Il viaggio di ritorno fu più stancante di quello dell’andata, del resto avevano sulle spalle una sbornia solo in parte smaltita.
Il padrone del faro li accompagnò sulla riva con il suo battello, proprio come all’andata e li salutò. Non avevano pagato nulla, tutto offerto dal loro capo e dal signor Mario Rossi, che forse erano pure la stessa persona. Un taxi li attendeva con il motore acceso e li accompagnò all’aeroporto.
Come al solito trovarono le prenotazioni a loro nome e si imbarcarono su un aereo che li portò a destinazione. Arrivarono in piena notte a Roma, ripresero l’auto dal parcheggio e se ne andarono a dormire entrambi a casa di Giona.

I giorni che seguirono non riservarono altre sorprese. Almeno così sembrava. Regnava un’inquietante calma e i due amici ne approfittarono per fare lunghe chiacchierate alla ricerca del bandolo della matassa.
Unica stranezza che ancora persisteva erano gli strani sogni di Giona. A volte tornava a trovarlo Laura, a volte Marcello. Una volta perfino Elena, da sola. Le frasi che gli rivolgevano erano sempre incomprensibili e Giona, per questo, era molto inquieto.
L’unica che riusciva a farsi intendere di tanto in tanto era Laura. Una volta gli aveva chiesto: “Come sta la mia cuginetta?”. Aveva risposto semplicemente scuotendo la testa. Laura si era rattristata.

  • Credo che sia necessario rintracciare Giuditta!
  • Cosa? – a Leo per poco non andò di traverso la bibita che stava sorseggiando.
  • Sì, credo sia necessario.
  • Ma perché?
  • Perché me lo ha chiesto Laura in sogno.
  • Direi che è un po’ poco. Agire sulla base di un sogno è una cosa stupida. Di’ la verità, hai in mente qualcos’altro vero?
  • Ma cosa dici? Non ho in mente nulla!
  • Di’ la verità! Del resto Giuditta è una bellissima ragazza e tu ne hai subito il fascino.
  • Ti stai sbagliando di grosso! Laura mi ha chiesto come stesse sua cugina e io le ho fatto capire che non ne sapevo nulla, allora lei si è rattristata. Forse voleva dirmi di cercarla perché è in pericolo.
  • Ma è solo un sogno! Laura è morta!
  • Lo so, ma vorrei che li facessi anche tu questi sogni, così potresti capirmi.
  • Ok, sono dei sogni piuttosto reali, ma sono sempre proiezioni del tuo inconscio.
  • E se così non fosse? Se invece fossero davvero degli avvertimenti?
  • Allora dillo! Tu ci credi! Credi che dall’aldilà ti stiano parlando attraverso i sogni!
  • Sì, d’accordo, lo ammetto. Credo che siano dei messaggi, ma tu devi fidarti di me.
  • Ragioniamo un attimo Giona. Dar retta ai sogni è come seguire il proprio inconscio. Forse la realtà è che sei rimasto coinvolto da Giuditta più del dovuto. Quella ragazza ha seri problemi e per quanto ne sappiamo ha bisogno di qualcuno ben preparato che l’aiuti, tipo uno psicologo… o uno psichiatra, non saprei, comunque sarebbe bene che andasse in analisi, non credo le serva uno spasimante adesso.
  • Tu mi fraintendi…
  • No, Giona! Non ti sto fraintendendo! – si fece molto serio, fin troppo – Sto parlando seriamente. Una storia tra te e Giuditta in questo momento è decisamente fuori luogo. Lei ha i suoi problemi, che tu non puoi risolvere, e tu hai i tuoi che lei non può, e probabilmente nemmeno vuole, risolvere.
  • Forse non hai tutti i torti.
  • Bravo Giona, vedo che inizi a capire.

10 gennaio 2013

Leo era un bravo ragazzo. Frequentava l’università e si sarebbe laureato in architettura entro pochi mesi. Stava discutendo la tesi, e che tesi! Aveva una media invidiabile che gli avrebbe permesso di ottenere un bel 110 e lode. Roba da fare invidia a molti. Non aveva problemi economici perché i suoi erano decisamente benestanti. Nei momenti più tranquilli della sua carriera universitaria, aveva anche lavorato. Niente di che, solo piccoli lavoretti di poco conto, ma lui ne andava fiero. Aveva progettato delle ristrutturazioni e seguito qualche cantiere per conto dello zio, l’architetto Leonetti. Questi non aveva figli e quindi spesso aveva dato una mano al suo nipote preferito, che, oltretutto, stava anche seguendo la sua stessa strada professionale.
Leo aveva molti amici, conosceva molte persone, era molto attivo nella sfera sociale, ma aveva un solo amico fidato: Giona. Si fidava di lui come di suo fratello, anzi di più, infatti Edoardo, il suo vero fratello, era un tipo poco affidabile. Non si poteva chiedergli un favore perché certamente avrebbe rifiutato oppure, se avesse accettato di prestare il proprio aiuto, se ne sarebbe dimenticato di lì a pochi minuti.

  • Ciao pa’.
  • Ciao Leonardo. Come va’?
  • Piuttosto bene grazie, e tu?
  • Bene. Com’è andato il viaggio in Svezia con Giona?
  • Bene.
  • Vi siete divertiti?
  • Sì, molto!
  • Bene. Sono contento per voi.
  • Sì grazie, ora scusa papà, ma devo finire di scrivere questo documento.
  • Ok, dov’è tuo zio?
  • Credo sia nel suo ufficio. Ti serve qualcosa? Posso aiutarti io?
  • No devo parlare con lui.
  • Beh, allora vai, sai dov’è il suo studio, no?
  • Sì lo so. – ebbe un attimo di tentennamento, poi continuò – Non è vero, non voglio parlare con lui, ma con te.
  • Allora dimmi, cosa vuoi? – Leo iniziò ad infastidirsi perché credeva di sapere dove suo padre volesse andare a parare.
  • Sapere cosa è successo in Svezia.
  • In che senso? – guardò il padre negli occhi.
  • No, non in quel senso. Lo sai, per quello fai come vuoi, non sarò io a dirti se sia sbagliato o meno andare con partner del tuo stesso sesso. Voglio sapere davvero che siete andati a fare tu e Giona in Svezia.
  • Non ti capisco… spiegati meglio.
  • Senti, so che tu e quel ragazzo avete degli interessi in comune ultimamente, e all’inizio vi ho lasciato fare, ma adesso basta, voglio sapere che affari sono i vostri. Specialmente dopo aver ricevuto questa.

Il signor Leonetti, padre di Leonardo e noto storiografo con più di venti pubblicazioni sulle spalle, lasciò cadere una lettera sulla scrivania. Leo poggiò il documento che aveva in mano e afferrò la lettera. Era già aperta. Estrasse il messaggio che conteneva e lo lesse. Dopo averlo fatto, si sedette sulla sua poltrona, molto simile a quella dello zio, e guardò perplesso suo padre.

11 gennaio 2013

Quella mattina Giona uscì di casa molto presto per recarsi a lavoro. C’era in arrivo un grosso carico di merce da smistare, quindi il titolare aveva chiesto a lui e agli altri dipendenti del supermercato di arrivare un po’ prima per sistemare i prodotti in tempo per l’apertura.
Era metà gennaio, le feste erano terminate e il vuoto negli scaffali, dovuto alla frenesia della gente di acquistare di tutto e di più, doveva essere colmato.

  • De Michelis! È questa l’ora di arrivare? Ti avevo chiesto di stare qui per le otto, sono le otto e dieci!
  • Mi scusi, ma siccome io mi muovo a piedi, ci ho messo un po’ ad arrivare.
  • Ma comprati un motorino o una macchina! Santa pazienza!

Giona non rispose, abbassò lo sguardo e si diresse verso il camion che era parcheggiato fuori. I dipendenti lo avevano già preso d’assalto come per svaligiarlo. Sembravano formiche al lavoro sotto la direzione del loro capo che le controllava con aria spietata.
Il capo era un tipo severo che non accettava scuse o ritardi e nemmeno sopportava che i suoi dipendenti gli rispondessero. Aveva instaurato con loro un rapporto basato sul terrore. Era infatti convinto che i dipendenti ti rispettano solo se ti temono.

  • Allora De Michelis! Ti vuoi muovere? Ti pago per lavorare e non per farti le passeggiate.
  • Mi scusi.
  • Non rispondermi, sai! Altrimenti ti caccio via a calci nel culo! E poi vedi di rimediare una macchina così arrivi in orario la prossima volta.
  • Non posso, non ho la patente.
  • Cosa? – rise forte – non ha la patente lui. Grande e grosso come sei non hai la patente. – rise ancora più forte. Poi riprese con tono ironico – Come mai non ce l’hai? Non hai superato l’esame? Ti hanno bocciato? Che sei una femminuccia che non sai guidare?

La reazione di Giona fu imprevedibile. Lasciò cadere il cartone che aveva in mano fracassando una decina di bottiglie di succo alla pera e si diresse verso l’odioso datore di lavoro. Mentre il liquido si spargeva sul marciapiede, Giona si avvicinava con decisione al gestore del supermercato, che iniziò a preoccuparsi.

  • Che c’è, ti sei offeso? La femminuccia c’è rimasta male? – disse questo non molto convinto perché Giona sembrava inarrestabile e iniziava a spaventarlo. Continuò per darsi forza e cercare di intimidire Giona – Allora, sei diventato muto? Il gatto ti ha mangiato la lingua?

Ma Giona non sembrava per nulla intimidito e continuò ad avvicinarsi scuro in volto. Allora il titolare del supermercato cominciò ad indietreggiare e si rese conto che doveva aver pizzicato qualche nervo scoperto.

A volte, nella vita, è bene darci un taglio perché non puoi mai sapere fino in fondo chi hai di fronte. Ora di fronte ad Ezio stava uno che sembrava davvero fuori di sé, muto, a testa bassa e deciso a non fargliela passare liscia per gli insulti che gli aveva rivolto.
Giona arrivò a pochi centimetri da Ezio e si fermò. Alzò lentamente la testa e fulminò il suo datore di lavoro con lo sguardo. Ezio non sapeva che dire, era paralizzato dalla paura. Lo sguardo di Giona era impressionante. Il dipendente allora prese il padrone per il colletto della divisa e lo alzò da terra con insospettata forza. Lo avvicinò con la schiena al muro e rimase in questa posizione per qualche interminabile secondo.
Ezio aveva paura, non riconosceva più il suo mite dipendente, ma non riusciva a proferir parola, tanto era spaventato. Se la faccia di Giona in quel momento fosse stata verde, avrebbe ricordato a tutti gli spettatori un iracondo eroe dei fumetti.

  • Mettilo giù dai, non ne vale la pena. – disse una voce allarmata ma molto posata.

Era Moira, una collega. Una ragazza introversa, schiva e sempre sulle sue. Veniva da un malfamato quartiere dei dintorni. Prima d’ora non aveva mai rivolto la parola a Giona, ma adesso ritenne di doverlo fare.

  • Dai mettilo giù, calmati, non ne vale la pena.

Giona si voltò verso la ragazza e la guardò. Si lasciò presto convincere dai grandi occhi di lei. Alleggerì la stretta e Ezio gli scivolò di mano come una sacco di patate. Cadde a terra con un tonfo sordo e si rialzò impacciato. Moira porse una mano a Giona e quello l’afferrò come un automa. La ragazza tirò il braccio del pazzo furioso per allontanarlo dalla sua preda. Giona, dopo un primo momento di resistenza, si lasciò convincere e seguì la ragazza. Questa si voltò verso il gestore del supermercato, che stava ancora per terra, e gli lanciò uno sguardo come a dire “Sei proprio un imbecille!”. Quello abbassò lo sguardo e si rialzò leccandosi le ferite. Giona e Moira si allontanarono in silenzio. Quando furono a distanza di sicurezza, Ezio si voltò verso i suoi dipendenti che si erano fermati a guardare e urlò:

  • Che cazzo avete da guardare? Lavorate! Mica vi pago per fare le mummie.

I dipendenti ripresero a svaligiare il camion ma serbarono a lungo il ricordo di questo episodio.

Fine decimo episodio
Prossima puntata: Episodio 11 “La ragazza di periferia”
Puntate precedenti:

Illustrazioni di Maria Cipolla

2012 – Le liste bianche
di Iacopo Bellavia
Licenza Creative Commons
Quest’ opera è distribuita con licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Condividi allo stesso modo 3.0 Italia

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